Porta di Mare – CI SIAMO ABITUATI AL BRUTTO


DEPAVIMENTAZIONE E INTERRAMENTO DEI CAVI TIM ED ENEL NEL CENTRO STORICO – A Nardò sembra tutto normale. Ma bisognerebbe intervenire.

Alcuni cittadini, dopo aver letto il mio intervento su Porta di Mare dal titolo “Alcune idee per una città che vuole contrastare il cambiamento climatico”, mi hanno sollecitato, anche attraverso l’invio di alcune fotografie, a tornare sul tema della rigenerazione urbana e, in particolare, sulla rimozione di asfalto e cemento dalle superfici di alcune piazze e strade, per restituire spazio a pavimentazioni permeabili, favorire l’assorbimento dell’acqua piovana, mitigare le isole di calore e creare nuovi spazi verdi e più vivibili.

Una parte delle strade e delle piazzette del centro storico di Nardò è già caratterizzata dalla presenza dei tradizionali basoli in pietra, che costituiscono uno degli elementi più riconoscibili e preziosi dell’immagine urbana. Purtroppo rimangono ancora numerose strade ricoperte di asfalto, sotto il quale, in alcuni punti, affiorano antichi e bellissimi basoli in pietra, progressivamente soffocati da nuovi strati di bitume.

Mi è stato chiesto quali strumenti e quali finanziamenti possano essere utilizzati per affrontare un problema che non riguarda soltanto il decoro urbano, ma anche la qualità ambientale, la capacità di adattamento della città ai cambiamenti climatici e la valorizzazione del suo patrimonio storico. Il primo passo dovrebbe essere la definizione di un programma organico e condiviso con i cittadini, attraverso il quale individuare le strade, le piazze e le aree pubbliche degradate o sottoutilizzate e stabilire progressivamente dove sia possibile riportare alla luce le pavimentazioni storiche, ridurre le superfici impermeabili, introdurre verde urbano e restituire qualità agli spazi oggi abbandonati o poco valorizzati.
La Regione Puglia ha previsto strumenti finalizzati alla rinaturalizzazione dei suoli degradati o in via di degrado in ambito urbano e periurbano, con l ‘obiettivo di recuperare superfici compromesse e impermeabilizzate e trasformarle in aree verdi pubbliche e spazi rigenerati. A questi strumenti si affiancano programmi nazionali per la rigenerazione urbana, la riduzione del consumo di suolo, la riqualificazione degli spazi pubblici e il miglioramento della capacità di drenaggio e di adattamento delle città ai cambiamenti climatici.

È evidente che interventi di questo tipo non possono essere realizzati in maniera episodica. Devono derivare da una programmazione attenta e condivisa ed essere strettamente collegati agli strumenti di pianificazione e trasformazione urbana, a partire dal Piano Urbanistico Generale (PUG) in corso di elaborazione e dal Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC). Esiste poi un aspetto che non deve essere considerato secondario: il valore estetico e paesaggistico di questi interventi.

Riportare alla luce una pavimentazione storica, eliminare superfici asfaltate incongrue, liberare una facciata antica da cavi, cassette, matasse e collegamenti disordinati significa restituire leggibilità all‘architettura e allo spazio urbano. In un centro storico di grande valore come quello di Nardò, la qualità dello spazio pubblico non può essere separata dalla qualità degli edifici che vi si affacciano. Possiamo restaurare magnificamente un palazzo, un portale, una chiesa o una casa a corte, ma se davanti alla facciata troviamo asfalto degradato e sopra di essa una rete disordinata di cavi, il valore complessivo dell ‘intervento e dell ‘immagine urbana viene inevitabilmente compromesso.

Al contrario, una strada basolata, una facciata liberata dai cavi, una piccola area verde e una zona d ‘ombra possono trasformare completamente la percezione di un luogo, senza necessariamente ricorrere a interventi monumentali. La bellezza, in questo senso, non è un lusso. È parte della qualità della vita, contribuisce all ‘identità dei luoghi, aumenta la cura che cittadini e visitatori riservano agli spazi pubblici e rafforza l‘attrattività culturale e turistica del centro storico. Alla depavimentazione dovrebbe quindi affiancarsi un vero Piano del Verde e dell’Ombreggiamento urbano, coordinato con gli altri strumenti di pianificazione della città. Le temperature estive sempre più elevate rendono necessario ripensare lo spazio pubblico anche in funzione del comfort climatico delle persone.

Non basta creare una bella piazza se nei mesi estivi quella piazza diventa difficilmente utilizzabile durante gran parte della giornata. Alberi e vegetazione, dove compatibili con il contesto storico e con i sottoservizi, pergolati e sistemi di ombreggiamento leggeri, superfici meno impermeabili e materiali con caratteristiche adeguate possono contribuire a ridurre l ‘accumulo di calore e a rendere strade e piazze più confortevoli.
Il Piano potrebbe individuare i percorsi maggiormente esposti al sole, le piazze prive di ombra, le aree di sosta, i collegamenti pedonali e gli spazi nei quali è possibile incrementare la presenza di alberature e vegetazione. Si potrebbe così costruire progressivamente una vera e propria rete di percorsi ombreggiati, capace di collegare piazze, monumenti, attività commerciali, servizi e luoghi di interesse.

Questo avrebbe un‘importante conseguenza anche sulla fruizione turistica della città. Visitare Nardò nei mesi di giugno, luglio e agosto dovrebbe essere piacevole anche durante le ore più calde, grazie alla presenza di percorsi pedonali ombreggiati, piccole aree verdi, punti di sosta e spazi pubblici progettati tenendo conto del clima. Una città che affronta insieme depavimentazione, verde, ombreggiamento, mobilità pedonale e qualità dello spazio pubblico non sarebbe soltanto più bella: sarebbe più resiliente, più vivibile e più all‘avanguardia nell‘adattamento ai cambiamenti climatici.

A sorpresa, alcuni cittadini mi hanno anche inviato fotografie chiedendomi quale sia la funzione dei tubi predisposti per la posa interrata dei cavi presenti in alcune strade già basolate del centro storico. Contemporaneamente hanno posto il problema dei numerosi cavi elettrici e telefonici ancora visibili sulle facciate e lungo le strade, causa evidente di inquinamento visivo e di degrado dell ‘immagine urbana, particolarmente penalizzante per un patrimonio storico, culturale e architettonico di tale importanza. Ho quindi fatto una passeggiata lungo via Don Minzoni, via Michele Personè, via Tripoli Italiana e via Lata e ho constatato che molti dei tubi che fuoriescono dal terreno lungo queste strade risultano danneggiati, ostruiti da mozziconi di sigarette o utilizzati impropriamente come piccoli ricettacoli di rifiuti. Contemporaneamente, basta alzare lo sguardo per osservare la presenza di cavi, collegamenti e vere e proprie matasse ancorate alle facciate di edifici e palazzi storici.

Al di là degli aspetti tecnici, che devono naturalmente essere verificati dagli enti gestori e dagli organismi competenti, esiste un problema evidente di qualità estetica e tutela del patrimonio storico. In alcuni casi la presenza disordinata delle reti tecnologiche altera fortemente la percezione delle facciate, dei balconi, dei cornicioni e delle quinte urbane. È quindi legittimo chiedersi perché, nel corso degli anni, non sia stato affrontato in maniera sistematica il tema della progressiva eliminazione dei cavi aerei e in facciata di TIM ed ENEL, verificando la possibilità di utilizzare le canalizzazioni già predisposte nel sottosuolo ed evitando, ove tecnicamente possibile, nuove demolizioni delle pavimentazioni storiche.
Su una problematica aperta da tanti anni sarebbe opportuno istituire un tavolo tecnico permanente tra Comune, gestori delle reti, Soprintendenza e cittadini interessati, finalizzato innanzitutto a realizzare una mappatura delle infrastrutture esistenti e a verificarne lo stato e l ‘effettiva utilizzabilità. Da questa ricognizione potrebbe nascere un programma pluriennale di interventi, capace di coordinare la riqualificazione delle pavimentazioni con la razionalizzazione e, ove possibile, l ‘interramento delle reti tecnologiche. Il principio dovrebbe essere semplice: quando si interviene su una strada, bisogna cercare di risolvere contemporaneamente più problemi.

Pavimentazione, sottoservizi, cavi, drenaggio delle acque, accessibilità, verde, illuminazione e ombreggiamento devono essere considerati parti di un unico progetto di spazio pubblico. In questo modo si eviterebbe ciò che troppo spesso accade nelle nostre città: sistemare una strada oggi per poi doverla nuovamente rompere dopo pochi anni per intervenire su una rete tecnologica.

QUALE NARDÒ VOGLIAMO PER IL FUTURO?

A monte di tutto questo rimane una questione fondamentale: come vogliamo che sia Nardò nei prossimi venti o trent ‘anni? E quale ruolo vogliamo attribuire al suo Centro Storico e alle straordinarie risorse ambientali, paesaggistiche, culturali e architettoniche del territorio? Se vogliamo che i nostri figli rimangano, scelgano di vivere nella città nella quale sono nati e abbiano la possibilità di intraprendere nuovi lavori e nuove attività, è fondamentale farli sentire protagonisti del suo futuro, trovando strumenti attraverso i quali possano partecipare e condividere idee e scelte. Credo che la stessa qualità urbana sia ricercata anche dalle tante persone provenienti da altre città e da altri Paesi che negli ultimi anni hanno scelto di abitare, recuperare immobili e investire nel nostro centro storico.

È finito il tempo degli interventi dettati esclusivamente dalle emergenze e dall ‘improvvisazione. Serve una visione complessiva nella quale il recupero delle pavimentazioni storiche, la progressiva eliminazione dei cavi dalle facciate, la gestione delle acque meteoriche, il verde urbano, l ‘ombreggiamento, la mobilità pedonale e la valorizzazione del patrimonio architettonico diventino parti dello stesso progetto di città. Una Nardò capace di programmare questi interventi potrebbe diventare un esempio di come un centro storico del Sud possa essere contemporaneamente antico e innovativo, tutelando la propria identità e utilizzando le strategie più moderne di adattamento climatico e rigenerazione urbana.

Senza un modello comune e partecipato di pianificazione urbana che metta al centro il benessere delle persone, la vivibilità, la bellezza e la sostenibilità ambientale, rischiamo invece di andare incontro a problemi gestionali, sociali e occupazionali sempre più difficili da affrontare. Rigenerare significa proprio questo: non cancellare ciò che siamo stati, ma utilizzare il patrimonio che abbiamo ereditato per costruire una città più bella, più fresca, più vivibile e più preparata al futuro. E’ un’utopia pensare a tutto questo? E’ un’utopia amare la propria città e immaginarla più bella e accogliente? E’ un’utopia continuare a credere che tutto questo si può ottenere unendo consapevolezza e partecipazione dei cittadini a grandi interventi strutturali delle amministrazioni?

Pantaleone Pagliula


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