Pelle nera nel Medioevo | Alessandro Banda


Tutto comincia con una statua. Si trova nel Duomo di Magdeburgo. Raffigura in dimensioni naturali un guerriero, abbigliato secondo l’uso del Duecento. Indossa una tunica lunga, ricoperta sul busto da una cotta in maglia di ferro, a sua volta protetta da un’armatura in pelle. Alcune parti mancano. Ma è la testa a riservare le sorprese maggiori. È coperta da una calotta, sotto l’elmo. Le fattezze del viso, ritratte in modo insolitamente realistico per l’epoca, sono quelle di un uomo che potremmo definire subsahariano: occhi grandi, naso camuso, labbra pronunciate. È un africano, un nero, un uomo di colore.

Veglia sul monumento funebre dell’imperatore Ottone I.

Tutti quelli che si sono occupati di questa statua, posta a protezione del sarcofago, sono concordi nell’identificazione: è la statua di San Maurizio, a cui, del resto, il Duomo di Magdeburgo è consacrato.

Come mai un santo africano custodisce l’eterno riposo di Ottone, primo imperatore sassone?

Da tale quesito parte Giuseppe Albertoni, ordinario di Storia medievale all’Università di Trento, in questo suo avvincente Il santo, l’etiope e il diavolo. Avere la pelle nera nel Medioevo, appena uscito per il Mulino.

La storia del Santo è narrata da due fonti diverse. Una è anonima, l’altra è la Passione dei Martiri di Agauno del vescovo di Lione, Eucherio (quinto secolo). I fatti risalgono a un paio di secoli prima.

Maurizio era un ufficiale romano della legione tebea: Tebe era una rinomata città posta ai confini tra gli odierni Egitto e Sudan. La legione doveva reprimere una rivolta di bagaudi (non si sa bene chi fossero), deflagrata in una regione che oggi diremmo svizzera. Come parecchi dei suoi commilitoni anche Maurizio era cristiano. Allorché ebbe l’ordine o di sacrificare agli dèi, o di uccidere altri cristiani (le due fonti divergono), si rifiutò e fu ucciso a sua volta, assieme ai suoi compagni.

Ben presto, attorno a Maurizio e a i suoi legionari, si sviluppò un nuovo culto, favorito anche da concomitanti miracoli.

La devozione di Ottone I nei confronti del Santo, questo africano martirizzato sulle Alpi nel terzo secolo dopo Cristo, è attestata, senza particolari preamboli né contestualizzazioni specifiche, nell’anno 937, quando Ottone dotò di ricchi fondi il monastero dedicato ai martiri Innocenzo e, per l’appunto, Maurizio.

La cosa che colpisce è però che in alcune rappresentazioni iconografiche di quest’epoca ottoniana (nella fattispecie: placche d’avorio) San Maurizio è ritratto secondo gli stereotipi del periodo, ossia alla moda sassone, con capelli tagliati a scodella e lunga barba. Non c’è niente che lo metta in relazione con le sue origini africane.

Come mai, allora, la statua del Duomo di Magdeburgo è invece palesemente e inequivocabilmente quella di un africano? Dato che essa risale, come sappiamo, al XIII secolo (per la precisione: tra il 1240 e il 1250), cosa è intervenuto nel frattempo da cambiare così significativamente le modalità della raffigurazione?

Albertoni ce lo spiega nei capitoli secondo e terzo (il quarto, come il primo, si occupa di nuovo da vicino della statua) che intendono chiarire il retroterra culturale, lo sfondo ideologico, le ragioni complesse di un simile cambiamento. Detto in altri termini: cosa si sapeva dell’Africa al tempo di Ottone I e, due secoli e mezzo dopo, al tempo di Federico II di Svevia? E, soprattutto, contava qualcosa il colore della pelle? E, se sì, quanto e come?

Quello che emerge dalle fonti è una concezione ambivalente e anche, per certi aspetti, piuttosto nebulosa.

L’Africa era identificata prevalentemente con l’Etiopia e l’Etiopia, a sua volta, aveva una duplice caratterizzazione. Ma, prima, si può subito anticipare che il colore della pelle di questi favolosi etiopi, secondo la teoria climatica elaborata da Aristotele e Ippocrate, era semplicemente dovuto alla loro vicinanza al sole. Etiope era l’equivalente di “volto bruciato”. Questa Etiopia leggendaria, che si stendeva alle spalle dell’Egitto, poteva comprendere anche l’Asia o l’India. “India mezzana”, così infatti Marco Polo indica l’Abasce, cioè l’Abissina.

Nelle sue Etimologie (VII secolo), Isidoro di Siviglia descrive l’Etiopia come popolata da esseri mostruosi: gli artabatiti, che camminano proni come pecore; i pamfagi, che divorano qualunque cosa capiti loro a tiro; gli sciapodi, dotati di piedi talmente grandi che ci si procurano l’ombra, quando sostano o dormono; i trogloditi (nome ancor oggi significativo) e altri simili. Quanto alla fauna, sempre secondo Isidoro, era costituita da basilischi, rinoceronti, camelopardi, lupi criniti e analoghe spaventose creature.

Dall’altro lato però, secondo, ad esempio, Rufino di Aquileia (IV secolo), l’Etiopia era un regno cristiano. Un giovane siriaco, di nome Frumenzio, era riuscito a convertire alla dottrina di Cristo il re di Axum e poi l’Etiopia nella sua interezza.

Oltretutto, secondo il libro dei Numeri, Mosè stesso sposò una donna etiope. E anche la mitica regina di Saba, ricordata nel libro dei Re, che volle incontrare Salomone per misurarne la saggezza, non veniva forse secondo alcuni proprio dall’Etiopia?

L’ambivalenza con cui si guardava a questo territorio non riguardava solo la religione. Nel senso che, accanto alla geografia leggendaria di Isidoro (e altri) esisteva anche una geografia più aderente alla realtà, derivante da esperienze vissute e non più solo da fonti libresche. Quella, per citare un caso tipico, di Cosma Indicopleuste, esploratore che, nel corso del sesto secolo, nella sua Topografia cristiana, diede una descrizione per certi versi realistica della regione in questione, fondata su conoscenze dirette.

Un’analoga ambivalenza si registra relativamente alla considerazione del colore della pelle.

Innanzitutto va osservato che per un cristiano del Medio Evo (e non solo) quello che conta davvero è l’appartenenza o meno alla comunità dei fedeli, e nient’altro. Nella Genesi Noè è presentato come il progenitore comune dell’intera umanità. Nella lettera ai Galati San Paolo è chiarissimo: “Non esiste più giudeo né greco, non esiste schiavo né libero, non esiste uomo o donna: tutti voi siete un’unica persona in Cristo”. Naturalmente, e proprio per quel che riguarda Noè, andrebbe però anche menzionata la maledizione che il patriarca scagliò contro Canaan, figlio di Cam. Dato che da Cam deriva Cus, progenitore degli Etiopi. Quindi su questa particolare stirpe graverebbe una simbologia negativa.

Una studiosa a cui Albertoni dichiara di dovere molto (una delle più citate fra l’altro), Geraldine Heng, ha però operato una distinzione euristicamente assai feconda circa il modo che il Medio Evo aveva di considerare la “nerezza”. Ne esisteva una di tipo redimibile e un’altra viceversa di tipo irredimibile. Essa le denomina suggestivamente “politiche epidermiche del peccato” e “politiche epidermiche dell’infernale” (G. Heng, The invention of Race in the European Middle Ages, Cambridge, 2018). Un caso riconducibile al primo tipo è quello della pelle nera della misteriosa donna del Cantico dei Cantici, la quale di sé dice “nigra sum sed formosa” (“sono nera ma bella”). Dato che, secondo Origene, essa rappresenta, allegoricamente, la chiesa dei gentili, la sua nerezza iniziale, in quanto pagana, è però poi successivamente passibile di redenzione. I pagani convertiti saranno addirittura “candidi” (da “nigri” che erano).

Viceversa i seducenti ragazzi neri o le nere fanciulle altrettanto seducenti e tentatrici che insidiano la virtù dei padri del deserto (nella Storia lausiaca di Palladio o nella Vita di Antonio di Attanasio) possiedono o sono posseduti dalla nerezza definitiva e non più redimibile del demonio, che infatti è in loro o è loro senza mezzi termini. Che il diavolo sia nero o comunque di colore scuro è testimoniato del resto da svariate fonti iconografiche che si sono succedute a partire dall’epoca carolingia: una per tutte: il salterio di Stoccarda.

Questo è lo sfondo da cui emerge, nel secolo di Federico II di Svevia e delle Crociate, questi “pellegrinaggi armati”, una nuova visione del nero e dei Neri. Essi, oltretutto, escono dall’astrazione. Escono dalle pagine bibliche e dalla favolosa geografia immaginaria per diventare persone reali, in carne e ossa. Come quelle, per dirne una, che fanno parte del seguito proprio di Federico II di Svevia. Se l’esito della quinta crociata (1217-1221) fu disastroso (benché Federico non vi avesse partecipato di persona) forse lo spinse a commissionare, con la mediazione dell’arcivescovo Alberto II di Käfernburg, la statua di un San Maurizio nero, dai tratti marcatamente subsahariani. Simbolo, da una parte, del suo progetto universalistico e, dall’altro, sorta di secolarizzazione del tema cristiano della Pentecoste.

Il libro, come detto, parte dalla statua del Duomo di Magdeburgo e alla statua torna, in una sua composizione anulare, ma Albertoni, in appendice, riserva al lettore un gustoso hors-d’oeuvre, otto fitte pagine sul tema del razzismo medievale, se sia o meno effettivamente esistito. Per Frank M. Snowden no, né l’antichità greco-romana, né il Medioevo, in continuità con essa, avrebbe mai conosciuto un pregiudizio razziale. Del tutto opposta la teoria dell’antichista Benjamin Isaac per il quale sia anticamente sia nel Medio Evo il razzismo sarebbe presente, benché la parola razza sia apparsa ufficialmente solo nel Quattrocento in un trattato di un barone angioino. Nell’ambito di questo dibattito si inseriscono le tesi della già citata Heng, la cui concezione del termine razza è estremamente dilatata, quale categoria universale della differenziazione e discriminazione (religious- race, ethnorace, epidermical-race eccetera).

L’ambivalenza della ricerca contemporanea non sembra poi molto differire da quella medievale.


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 Anita Romanello

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