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WARSH SORPRENDE I MERCATI

Al suo debutto come presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh ha mantenuto i tassi di interesse invariati nella forchetta tra il 3,50% e il 3,75%, con un voto unanime di 12 a 0.

La decisione e la successiva conferenza stampa hanno segnato un netto cambio di stile della banca centrale, sebbene i toni inaspettatamente severi (hawkish) sull’inflazione abbiano frenato i mercati azionari.

Le proiezioni per il 2026, infatti, vedono un’inflazione in rialzo al 3,6% dal 2,7%. Ciò, di fatto, sembra escludere qualsiasi possibilità di un taglio dei tassi nel corso di quest’anno.

La metà dei partecipanti e dei governatori prevede invece almeno un aumento del costo del denaro entro il 2026.

Nella conferenza stampa, Warsh ha parlato di una “nuova era” per la comunicazione della banca centrale, ribadendo l’impegno verso la stabilità dei prezzi. Infine, il governatore ha minimizzato il valore delle previsioni e del dot plot.

WALL STREET IN CALO

Wall Street ha chiuso in forte calo la sessione di mercoledì 17 giugno 2026, penalizzata dalle indicazioni emerse dalla prima riunione della Federal Reserve presieduta dal nuovo governatore Kevin Warsh.

Il Dow Jones ha ceduto lo 0,97%, mentre il Nasdaq è sceso dell’1,34%. Performance negativa anche per l’S&P 500, in calo dell’1,21%.

La banca centrale statunitense ha deluso le aspettative dei mercati finanziari, irrigidendo la propria visione macroeconomica.

A causa dei recenti dati solidi su occupazione e consumi negli Stati Uniti, i banchieri centrali hanno segnalato un possibile aumento dei tassi entro fine anno, allontanando definitivamente le speranze degli operatori su imminenti tagli al costo del credito.

La retorica restrittiva della nuova gestione della Fed ha provocato un immediato rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato statunitensi, drenando ulteriore liquidità dal comparto azionario.

VALUTE

Il dollaro è in rialzo, sostenuto dal ritorno del “risk-off” sui mercati.

L’EUR/USD è sceso sotto quota 1,1500 nella serata di ieri, per poi risalire a 1,1525 durante la notte. Anche l’USD/JPY ha tentato l’attacco a quota 161,00, arrivando fino a 160,80, prima di correggere di una ventina di pips nelle ore notturne.

Il biglietto verde resta quindi forte, non solo per il suo ruolo di valuta rifugio, ma anche perché rappresenta un’opportunità di investimento con rendimenti superiori rispetto ad altre divise.

Più volte, in queste pagine, avevamo sottolineato che, una volta terminate le ostilità in Medio Oriente, l’attenzione si sarebbe spostata nuovamente sui dati macroeconomici come principale market mover — ed è esattamente ciò che è accaduto.

Il dollaro si conferma quindi una valuta da investimento, grazie a fondamentali macroeconomici più solidi rispetto ad altre economie occidentali.

Sul fronte dello yen, si può ritenere vicino un intervento della BoJ, così come un possibile ribasso dell’EUR/JPY.

Le valute oceaniche provano a mantenere i supporti, mentre il franco svizzero resta stabile sia contro il dollaro sia contro l’euro, rispettivamente a 0,7980 e 0,9200.

PETROLIO IN DISCESA

Giovedì il Brent è sceso sotto i 78 dollari al barile, estendendo il calo verso i livelli più bassi dall’inizio di marzo.

Il movimento è seguito alle notizie sulla firma digitale di un accordo di pace provvisorio tra Stati Uniti e Iran.

Un funzionario statunitense ha confermato che il memorandum d’intesa è entrato in vigore, sebbene resti incerto se l’Iran abbia già avviato le misure necessarie per la riapertura completa dello Stretto di Hormuz.

Secondo quanto riportato, l’accordo prevede la rapida riapertura dell’importante rotta marittima e la rimozione delle sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano. I negoziati sulla questione nucleare e su eventuali ulteriori incentivi economici per l’Iran dovrebbero proseguire.

Anche il WTI è in forte calo, con prezzi sotto i 75 dollari al barile.

Nel frattempo, l’AIE ha messo in guardia contro un potenziale eccesso di offerta, prevedendo un aumento della produzione globale di petrolio di 8 milioni di barili al giorno entro il 2027, a fronte di una crescita della domanda di soli 2 milioni di barili al giorno.

ORO IN RIPRESA

I prezzi dell’oro stanno vivendo una fase di ripresa tecnica, con le quotazioni spot stabili intorno ai 4.330 dollari l’oncia.

Dopo una pesante correzione dai massimi storici di inizio anno — con un calo superiore al 27% — il metallo giallo ha trovato un solido supporto psicologico tra i 4.000 e i 4.100 dollari, innescando un rimbalzo guidato da fattori geopolitici e dinamiche macroeconomiche.

Il recupero è legato anche alla firma, da parte del presidente Donald Trump, di un accordo provvisorio per porre fine al conflitto con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz.

Va tuttavia ricordato che l’oro ha subito un calo di quasi il 2% dopo che la Federal Reserve ha segnalato un crescente orientamento verso un aumento dei tassi di interesse nel corso dell’anno.

Il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato, seguito alle dichiarazioni di Warsh, potrebbe riportare il metallo giallo verso i livelli di supporto, considerando che non offre rendimento, a differenza delle obbligazioni governative.

Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

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