perché e come aumentano le pensioni


Ogni anno, a seconda di quale sia il dato dell’inflazione in Italia, le pensioni subiscono un adeguamento. Nello specifico, dal 1° gennaio 2026, gli importi sono in aumento grazie al meccanismo della perequazione automatica, il sistema che mira a tutelare il potere d’acquisto dei pensionati.

L’adeguamento per il 2026 è stato fissato all’1,4%, sulla base delle rilevazioni dei prezzi al consumo effettuate dall’Istat e recepite dal decreto del Ministero dell’Economia e del Ministero del Lavoro. L’obiettivo è compensare, almeno in parte, l’aumento del costo della vita registrato nel corso del 2025. Le modalità cambiano in base all’importo percepito.

Pensioni adeguate all’inflazione: le tre fasce di rivalutazione

Anche per il 2026 è stato confermato il sistema a tre fasce introdotto negli anni recenti, per adeguare gli importi delle pensioni all’inflazione in Italia. L’aumento è previsto del 100% dell’inflazione (nel 2026 pari all’1,4%) per le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo Inps. Si passa al 90% (che corrisponde all’1,26%) per gli importi compresi tra quattro e cinque volte il minimo. È, invece, previsto un incremento del 75% dell’inflazione (pari all’1,05% per l’anno in corso) per gli assegni superiori a cinque volte il trattamento minimo.

Il trattamento minimo Inps del 2025 era pari a 603,40 euro mensili. Di conseguenza, la rivalutazione piena riguarda le pensioni fino a circa 2.414 euro lordi al mese. Per gli assegni più elevati il recupero dell’inflazione risulta quindi solo parziale. Si tratta di un meccanismo che negli ultimi anni ha suscitato numerose discussioni tra sindacati e associazioni dei pensionati.

Come viene calcolata l’inflazione in Italia

Per comprendere perché gli importi delle pensioni cambino ogni anno, in maniera più o meno significativa, è necessario capire come viene misurata l’inflazione. L’Istat monitora costantemente l’andamento dei prezzi di migliaia di beni e servizi acquistati dalle famiglie. Gli statistici rilevano i prezzi in negozi, supermercati, attività commerciali e piattaforme online distribuite su tutto il territorio nazionale, osservando come cambiano nel tempo.

Nel calcolo rientrano prodotti e servizi di uso quotidiano come alimentari, carburanti, bollette, trasporti, abbigliamento, affitti, spese sanitarie e attività ricreative. Ogni categoria ha un peso diverso, a seconda della sua importanza nei consumi medi delle famiglie italiane. Per intendersi, un aumento dei prezzi dell’energia o degli alimenti ha generalmente un impatto maggiore sull’inflazione rispetto a beni acquistati più raramente.

Per la rivalutazione delle pensioni viene utilizzato in particolare l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, noto come indice Foi. Questo indicatore misura quanto è aumentato mediamente il costo della vita rispetto all’anno precedente e rappresenta il riferimento utilizzato dal Governo per aggiornare gli assegni previdenziali. In questo modo le pensioni vengono adeguate all’andamento dei prezzi, cercando di preservare nel tempo il potere d’acquisto dei pensionati. Tuttavia, poiché la rivalutazione non sempre copre integralmente l’inflazione per tutte le fasce di reddito, soprattutto per gli assegni più elevati, una parte della perdita di potere d’acquisto può comunque rimanere a carico dei pensionati.

Questo sistema consente di collegare direttamente l’importo delle pensioni all’evoluzione del costo della vita, rendendo gli adeguamenti più aderenti alla situazione economica reale del Paese.

Quanto aumentano le pensioni nel concreto: esempi pratici

Gli incrementi sono diversi a seconda dell’importo percepito. Le simulazioni elaborate dagli esperti previdenziali indicano che una pensione lorda di 1.000 euro aumenterà di circa 14 euro al mese, una di 1.500 euro crescerà di circa 21 euro, mentre se arriva a 2.000 euro registrerà un incremento vicino ai 28 euro mensili. Per gli assegni intorno ai 3.000 euro l’aumento sarà compreso tra 31 e 38 euro a seconda della fascia di appartenenza. Si tratta di incrementi modesti rispetto a quelli registrati nel biennio 2023-2024, quando l’elevata inflazione aveva determinato rivalutazioni molto più consistenti.

Una delle novità più importanti riguarda le pensioni minime. La Legge di Bilancio ha infatti confermato, anche per il 2026, una rivalutazione straordinaria aggiuntiva dell’1,3% destinata agli assegni pari o inferiori al trattamento minimo. L’incremento si aggiunge alla rivalutazione ordinaria dell’1,4% e permette di portare il valore della pensione minima da circa 603 euro a quasi 620 euro mensili. L’aumento aggiuntivo massimo è pari a circa 8 euro mensili. La misura è stata introdotta per sostenere i pensionati con redditi più bassi, maggiormente esposti agli effetti dell’aumento dei prezzi.

La rivalutazione automatica nasce dal principio che un pensionato non deve perdere capacità di spesa a causa dell’incremento dei prezzi. Quando il costo della vita cresce, infatti, lo stesso importo pensionistico consente di acquistare meno beni e servizi. L’adeguamento pensionistico cerca quindi di mantenere stabile il valore reale dell’assegno nel tempo.

Inflazione più bassa rispetto agli anni della crisi energetica

Nello specifico, l’aumento dell’1,4% riflette un contesto economico molto diverso rispetto a quello vissuto tra il 2022 e il 2023. In quegli anni l’impennata dei prezzi energetici e delle materie prime aveva portato l’inflazione italiana a livelli che non si vedevano da decenni.

Nel 2025, invece, l’inflazione è rimasta relativamente contenuta. L’Istat ha registrato a dicembre una crescita annua dei prezzi dell’1,2%, mentre la stima utilizzata per la perequazione pensionistica è stata fissata all’1,4%. Questo spiega perché gli aumenti previsti nel 2026 risultino decisamente più contenuti rispetto agli anni precedenti.

Inflazione e pensioni, possibili conguagli nel 2027

L’1,4% applicato da gennaio 2026 è un dato provvisorio, considerando anche i profondi cambiamenti che le tensioni geopolitiche attuali stanno provocando a livello globale, Italia compresa. Se l’inflazione definitiva del 2025 dovesse risultare diversa da quella stimata, l’Inps effettuerà un conguaglio nel corso del 2027, riconoscendo eventuali differenze ai pensionati oppure recuperando somme corrisposte in eccesso.

Rispetto agli adeguamenti effettuati nel 2025, invece, non sarà necessario alcun conguaglio poiché il dato definitivo dell’inflazione è risultato in linea con quello già utilizzato per il calcolo degli aumenti. Diverso potrebbe essere l’esito relativo all’anno in corso, quando usciranno i dati aggiornati e definitivi.

Il nodo del potere d’acquisto e le criticità

Nonostante la rivalutazione, molti osservatori evidenziano come il sistema attuale, che calcola l’importo delle pensioni in base al dato dell’inflazione in Italia, non riesca sempre a compensare integralmente la perdita di potere d’acquisto, soprattutto per le pensioni medio-alte. La riduzione progressiva della perequazione oltre determinate soglie comporta infatti un recupero solo parziale dell’inflazione.

Per questo motivo il dibattito sulla tutela dei pensionati resta aperto. Da una parte vi è l’esigenza di contenere la spesa pubblica, dall’altra quella di garantire assegni adeguati in un contesto in cui il costo della vita continua a crescere. Per il momento, però, la certezza è che da gennaio 2026 milioni di pensionati italiani hanno visto un aumento dell’assegno, seppur contenuto, grazie al meccanismo di rivalutazione collegato all’inflazione.



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 Marta Ruggiero

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