“Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”, così scrive Italo Calvino a conclusione delle sue Lezioni americane. Vale per una vita? Vale per una casa editrice? Per una casa privata? Ho riaperto queste pagine cercando un’altra cosa, ricordavo vagamente che a un certo punto compariva La vita, istruzioni per l’uso, di Georges Perec, il primo libro cui capita di pensare leggendo questo Casa come me: Einaudi, di Paolo Di Stefano, che non a caso si apre su una citazione di Balzac, dal Père Goriot, “Toute sa personne explique la pension, comme la pension implique sa personne”. Perfetta.
“Casa come me” è una nuova e originale collana dell’Electa, curata da Andrea Cortellessa ed Emanuele Trevi, che Di Stefano, già autore delle interviste raccolte in Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande 2001), ha interpretato per questo libro con sensibile intelligenza. Su piani diversi (a proposito di case): da abile giornalista, infatti, manovra tagliando e cucendo materiali disomogenei, legge strade, edifici, planimetrie, arredi, li mescola con memoir, lettere, interviste, articoli, saggi, documenti e documentari, verbali; da archeologo e scrupoloso archivista, poi, li guarda per restituire il passato alla luce del presente e del futuro, unica vita sensata della memoria; da scrittore infine racconta, in forma mirabilmente scorciata, un intero mondo, in cui tutto precipita insieme, quanto è stato materiale e quanto è stato simbolico. Di una cultura, di un’atmosfera, di un modo di lavorare e di vivere, di attraversare la storia di un secolo, di definirla, modificarla, costruirla.
Non è poco, anzi, e di questo bisogna essere grati, perché intorno a quella grande casa editrice e al suo “padrone”, Giulio Einaudi, molto è stato scritto, molto è stato detto, con risultati differenti e divergenti: studi seri e documentati, memorie strutturate o semplicemente personali, ricordi casuali di piacevole lettura. Sui pettegolezzi velenosi, o le antipatiche, codarde vendette post mortem, o quando il “principe” aveva ormai perso il trono, meglio soprassedere, perché l’avventura di casa Einaudi non può essere cancellata da nessuno, resta indimenticabile per generazioni di studiosi e lettori, per chiunque abbia aperto, o solo guardato, quei libri perfetti, di grafica squisita, in collane imperdibili; testi necessari, copertine parlanti, pagine di carta leggera, mai un refuso, e il bianco, l’inimitabile bianco. Insomma: lo Struzzo.
Ecco, Paolo di Stefano fa intendere tutto questo accompagnandoci in un percorso che fonda i suoi passi sull’architettura delle diverse sedi della casa editrice, a partire dalla prima, fondata nel novembre 1933 in via Arcivescovado 7, a Torino: “due stanze e un soffittone […] Avevo disegnato io stesso i mobili dello studio […] il tutto molto sobrio, quasi ascetico”, ricorda l’editore, che in seguito non lascerà mai in pace gli amici architetti da Mollino a Berlanda, Albini e Gabetti, pretendendo di discutere e decidere con loro ogni dettaglio. Sarà per questo che Lucentini lo ha definito “un grandissimo arredatore” anche e persino (bontà sua) della cultura italiana? Per fortuna si ricorda di aggiungere che lo stile che “dagli ambienti e dagli uffici si prolungava fino ai libri” faceva sì che in quelle stanze “si stava benissimo”. Perché certo, bellezza, eleganza e armonia sono esile, inappariscente, ma profondo raccordo fra corpo e mente.
Guerra, bombardamenti, trasferimenti; altre sedi, in via del Vicario a Roma, e poi Torino, via Biancamano, l’indirizzo più famoso, e poi ancora Milano. L’autore ne dà conto riportando testimonianze poco note, come quella di Ludovica Nagel, sulla sede romana, o ricordando le pagine di Lessico famigliare di Natalia Ginzburg: e subito affiorano due ritratti dell’editore. “Personalità fortissima, di monosillabica espressività e preda di dislivelli umorali, l’editore Einaudi era dotato di quel fascino che deriva dall’enigma sprigionato dalla persona”, per Nagel; “bello, roseo, col collo lungo, i capelli lievemente ingrigiti sulle tempie come ali di tortora […] l’editore non era più timido, o meglio la sua timidezza si ridestava solo a tratti quando doveva avere colloqui con estranei, e non sembrava più timidezza, ma un freddo e silenzioso mistero”, per Ginzburg.
Negli anni l’avventura editoriale è cresciuta, continua a crescere, e con Di Stefano saliamo nuove scale, guardiamo le numerose stanze su e giù per i diversi piani, incrociamo il tavolo di lavoro di intellettuali, scrittori, studiosi ormai noti (allora e ora), redattori, uffici stampa, il commerciale (con il grande, insostituibile, potente, ma dolce e silenzioso, Roberto Cerati, le cui lettere fanno storia a sé), grafici e, a partire dal basso, Gerlin, che forse si chiamava Bernardo, “l’usciere che stava al piano rialzato, un omone grosso seduto a una piccola scrivania e incaricato di annunciare ai vari uffici le visite degli ospiti o di vietare l’ingresso agli intrusi”. Nessuna gerarchia ufficiale, eppure proprio per questo evidente e chiara. Dal sottoscala alla stanza più importante, sulla cui parete campeggia fino agli anni Settanta L’orologio di Carlo Levi, a quella col famoso tavolo ovale (o ellittico!), icona che ha riassunto per anni la temperie delle invidiate discussioni dei “senatori” e dei consulenti, scelti per la capacità di Giulio Einaudi di intuire, anche fra i più giovani, talenti e competenze utili al proprio progetto; scelte arbitrarie, a volte incostanti, ma che smentiscono le accuse un po’ banali di sprovveduto narcisismo.
Se Di Stefano non può che “pendolare nel tempo, nello spazio e nei nomi”, ancor più impossibile qui inseguirlo proprio a partire dall’elenco di tutti quei nomi, che sarà meglio scoprire e riscoprire leggendo il suo libro, sottolineando che le scoperte sono tante, perché se molto sappiamo della costruzione del catalogo attraverso i verbali dei famosi mercoledì, se tanti sono gli “einaudiani” che conosciamo, dalla fondazione in poi, meno si conoscono i nomi altrettanto importanti di chi quella macchina la faceva funzionare nell’ombra, con dedizione, amore, costanza, sapienza, spesso donne, a partire dalle segretarie, le consulenti, le correttrici di bozze, ecc. ecc. Spesso giovani, giovanissime, intimidite da un ambiente di maschia autorevolezza, eppure decise e decisive. Ma poi che dire dell’invenzione della rateale? Dell’importanza data alle edizioni scolastiche, alle biblioteche pubbliche, alla promozione di ogni forma di lettura, agli accurati bollettini per i librai…
Libri e non solo: quadri, perché non va dimenticata la passione di Giulio Einaudi per l’arte contemporanea, quadri appesi in casa editrice e nelle sue case private (anche queste brevemente schizzate, tane di “un orso bizzoso”), a testimoniare la curiosità che lo caratterizzava per tutto quello che parlava di futuro, novità, bellezza da trasmettere allo sguardo degli altri, di chi non aveva ancora visto. Segni di amicizia che hanno attraversato anni e traversie delicate e dolorose, tra i pochi salvati e i molti dispersi. Ma anche segni indelebili tracciati su moltissime copertine.
Chiudo queste pagine pensando a cosa ha davvero significato essere “einaudiani”, non solo autori e collaboratori, ma anche semplici lettori, complici di quel titolo d’onore in onore di un imperturbabile signore che – “mistero”, “enigma” – ha lasciato una straordinaria e tuttora preziosa eredità per la cultura italiana e non solo.
“Un genio. Un capitalista di tipo speciale. Non accumula profitti. Accumula qualcosa di più importante, di più duraturo. Accumula prestigio” (Giulio Bollati). Un prestigio che Paolo Di Stefano restituisce oggi, nel suo libro, in modo limpido e indiscutibile.
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Anita Romanello
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