La Sicilia è una terra costruita sull’incontro tra elementi opposti: luce e ombra, memoria e contemporaneità, tradizione artigiana e ricerca. È forse per questo che rappresenta un punto di approdo ideale per chiudere un percorso come quello di Osteria dell’Architetto, un format nato per mettere in relazione il mondo dell’architettura e quello del vino, attraverso il valore più antico della cultura mediterranea: stare insieme.
Dopo quindici appuntamenti distribuiti lungo tutta la penisola, il viaggio si è concluso in Sicilia in due luoghi altrettanto duali, diversi ma complementari, accomunati dalla capacità di raccontare un territorio attraverso la stratificazione della storia e della materia: un palazzo nobiliare, Palazzo Nicolaci dei Principi di Villadorata a Noto, e un luogo di lavoro, la Tonnara Bordonaro di Palermo.
L’idea dietro il viaggio
Alla base di questa edizione appena conclusa c’era un disegno preciso, da bravi architetti. Osteria dell’Architetto ha invitato sul bancone come ospiti relatori una selezione di giovani architetti, in alcuni casi in dialogo con voci locali, in altri in uno scambio con Roberto Bosi e Fiorenzo Valbonesi, fondatori del format, che a proposito di dualità, si definiscono rispettivamente, con grande autoironia, “il poliziotto buono e quello cattivo dell’architettura”.
Bosi, architetto, ricercatore e docente all’Università di Firenze, porta la capacità di ascoltare, la naturale propensione all’accoglienza e lo sguardo attento di chi insegna e sa tenere tutto insieme. Valbonesi, con cinquant’anni di professione e una carriera nell’architettura del vino — tra i suoi progetti, la Cantina de Il Bruciato di Antinori — è esperienza, passione, e profondità critica stimolante: «Il mio desiderio è che Osteria dell’Architetto inneschi il piacere di condividere e di stare insieme, perché c’è bisogno di guardarsi negli occhi. In queste serate si prende una bella boccata d’aria, di leggerezza e di stimoli, e poi si torna al lavoro».
Un obiettivo che risponde a un bisogno reale: attivare occasioni di incontro tra professionisti, favorire lo scambio tra territori e generare un dibattito culturale in un contesto informale. Quest’anno il format si è evoluto ulteriormente con l’uscita dalle cantine, chiamato a reggere il confronto oltre il vino. Ad esclusione infatti dell’evento di apertura a Valdobbiadene e delle tappe in Sardegna, per tutti gli altri eventi il luogo ospitante è diventato parte integrante del racconto, in un avvicinamento progressivo alla città e alla molteplicità dei suoi spazi. La scelta di Palazzo Nicolaci e della Tonnara Bordonaro lo dimostra chiaramente.
Roberto Bosi e Fiorenzo Valbonesi, ideatori di Osteria dell’Architetto © Silvia Lugari
Due linguaggi dell’architettura siciliana: celebrazione barocca e architettura storica del lavoro
Palazzo Nicolaci dei Principi di Villadorata nasce per essere guardato. Iniziato nel 1720 su progetto di Rosario Gagliardi — il maestro del tardo barocco netino — e completato nel 1765 dal suo allievo Vincenzo Sinatra, è una residenza nobiliare di novanta ambienti. Un’architettura della meraviglia, pensata per mettere in scena il potere di una delle casate più in vista di Noto. Anche qui, però, c’è stratificazione: l’edificio originario era di un solo piano, e fu Giacomo Nicolaci “il Gobbo” a trasformarlo, nel 1737, nella dimora che conosciamo, ulteriormente ampliata nell’Ottocento.
La Tonnara Bordonaro parla un’altra lingua. Le sue origini non sono chiare, alcune fonti risalgono al Trecento, ma il primo documento certo è del 1450, quando la Regia Corte ne concesse l’uso alla famiglia Fazio di Genova. Per secoli è stata un luogo di lavoro: un impianto per la mattanza del tonno, integrato nel sistema difensivo costiero della Sicilia. Cambiò più volte proprietà, finché nell’Ottocento il barone Gabriele Chiaramonte Bordonaro ristrutturò l’intero complesso, costruendovi un palazzo e annettendo l’antica torre di avvistamento. Dopo anni di abbandono — interrotti solo da una breve stagione di notorietà quando Luchino Visconti vi soggiornò durante le riprese del Gattopardo — rivive oggi come luogo per eventi.
Messe una accanto all’altra, le due architetture restituiscono bene il senso del viaggio siciliano dell’Osteria: da una parte la pietra che celebra, dall’altra la pietra che lavora. Un palazzo pensato per essere ammirato, una tonnara pensata per essere usata. La stessa dualità che attraversa tutta l’architettura: la forma e la funzione, la firmitas e la venustas.
Palazzo Nicolaci dei Principi di Villadorata © Silvia Lugari
Tonnara Bordonaro – Zaharaziz © Silvia Lugari
L’incontro di Osteria dell’Architetto a Noto: il dubbio come metodo progettuale
Si parte dal bicchiere. In degustazione i vini di Terre Diverse, la realtà nata dall’enologo Paolo Caciorgna — in particolare il Cereda Etna D.O.C. Rosso, da uve Nerello Mascalese, che racconta il vulcano con un’eleganza tutta minerale.
Caciorgna sale sul bancone e ne parla in dialogo con Fiorenzo Valbonesi: è stato il primo enologo con cui Valbonesi si è confrontato, agli esordi della sua carriera nell’architettura del vino, e da quel confronto è nata una consapevolezza che ha sempre accompagnato il lavoro del suo studio ASV3: la cantina è un luogo di produzione, uno spazio di lavoro dove è il progetto architettonico a doversi mettere al servizio del vino, e non il contrario.
Anche se il dialogo parte da questa come certezza, il filo conduttore della serata diventa invece il dubbio. Valbonesi lo introduce come una vera e propria chiave di lettura del progetto e della città, sottolineando come sia il dubbio a stimolare la ricerca. Una riflessione che apre un confronto sul rapporto tra città e insediamento storico, tra ciò che esiste e ciò che può ancora trasformarsi. A raccogliere questa provocazione sono Andrea Morana di morana+rao architetti, l’architetto Alessandro Brandino, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Siracusa, e l’ospite dell’incontro Enrico Dusi Studio, protagonisti di un dialogo sulle trasformazioni del territorio siciliano: dalla necessità di immaginare nuovi spazi fino ai casi più complessi e discussi, come quello di Gibellina, dove architettura e ricostruzione hanno ridefinito il rapporto tra comunità e paesaggio.
Enrico Dusi condivide la propria esperienza su progetti pubblici e spazi collettivi, con una riflessione che si muove tra urbanistica e rigenerazione periferica. La battuta che rimane in sala è una di quelle semplici e precise: «Sono invidioso della quantità di soluzioni che trovo qui in Sicilia. Qui basta un’ombra e si è già creato uno spazio, a differenza dell’ombra che c’è al nord, che è troppo diluita, qui è netta, scura, è già architettura».
Alessandro Brandino (Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Siracusa), Roberto Bosi, Enrico Dusi (Enrico Dusi Studio), Andrea Morana (morana+rao architetti) © Silvia Lugari
Al tavolino di Caffè Sicilia con il pasticcere filosofo Corrado Assenza
Tra le due serate siciliane c’è stato un momento apparentemente lontano dal programma ufficiale, ma perfettamente coerente con lo spirito dell’Osteria: una colazione al tavolino con Corrado Assenza del Caffè Sicilia. Un incontro che fa emergere una riflessione centrale: il valore e “la cultura del saper fare” non appartiene a una sola professione.
Assenza parla di pasticceria e di cucina con un vocabolario che un architetto riconoscerebbe come proprio — materia, territorio, equilibrio, trasformazione. Fino alla frase che, da sola, vale l’incontro: l’architettura è tra le arti quella più simile alla pasticceria. Comporre elementi diversi, lavorare per sottrazione, cercare un punto di equilibrio tra tecnica e sensibilità; non importa se il risultato si mangia o si abita.
Una contaminazione naturale, perché anche il cibo — così come l’architettura — disegna relazioni e costruisce luoghi. Corrado Assenza cita un’amica architetta che gli dice sempre «Il cibo disegna la città, disegna il mondo». Questo incontro davvero speciale, anticipa casualmente – o forse no – i piani futuri dell’Osteria. È proprio questa apertura verso altri mondi professionali che rende Osteria dell’Architetto qualcosa di diverso da un semplice ciclo di incontri: un luogo dove architetti, enologi, produttori, artigiani e professionisti possono confrontarsi a partire da linguaggi differenti.
L’ultimo approdo: la tonnara, il Mediterraneo e i vitigni autoctoni
Se Noto è un racconto di pietra calcarea e scenografie barocche, Palermo è liquida, stratificata, multiculturale. Il lungomare di Arenella — dove si trova la Tonnara Bordonaro Zaharaziz — è luogo di lavoro e memoria: le tonnare sono architetture produttive nate per la mattanza del tonno rosso, attività che per secoli hanno scandito i ritmi delle comunità costiere. È in questo spazio affacciato sul Mediterraneo che l’Osteria apre il suo ultimo bancone della stagione.
I vini arrivano dalla Cooperativa Colomba Bianca, la più grande cooperativa vitivinicola siciliana, guidata dal 1997 dal presidente Dino Taschetta: oltre duemila soci, migliaia di ettari tra Trapani, Palermo, Agrigento, Caltanissetta e Ragusa. Sul palco Taschetta lo dice senza giri di parole: la cooperativa non lavora per un singolo, ma per un intero territorio. Si parte con uno spumante brut di Nerello Mascalese Lavì Spumante Blanc De Noir — un’apertura che è quasi una metafora della serata stessa: sorprendente, profonda, dall’eleganza silenziosa ma dal carattere deciso. Si prosegue con Insolia e Perricone, vitigni autoctoni siciliani, rispettivamente a bacca bianca e rossa.
Rappresentanza del Consiglio dell’Ordine degli Architetti PPC di Palermo, Roberto Bosi, Fiorenzo Valbonesi © Silvia Lugari
Al bancone Oikos Venezia e Qu © Silvia Lugari
Carlana Mezzalira Pentimalli e il silenzio della platea
Ci sono relatori che entrano in sala e si percepisce subito che le cose cambieranno un po’.Michel Carlana dello studio Carlana Mezzalira Pentimalli è uno di questi. Architetto, ricercatore allo IUAV di Venezia e redattore di «CASABELLA» porta sul palco profondità e chiarezza di pensiero. Carlana parla di domande semplici — cos’è un muro, cos’è una porta — come punto di partenza di ogni progetto.
Cita come esempio della loro visione le fasi evolutive della Scuola di Musica di Bressanone, progetto realizzato dallo studio nel 2021, mostrando come l’idea fondante — la restituzione di uno spazio pubblico, la creazione di un vuoto urbano per i cittadini — sia rimasta sempre presente: «Il progetto parte da un’idea, è un’idea, ed è quella che deve restare». Da qui nasce uno scambio con il pubblico sui maestri italiani – Gardella, De Carlo, Scarpa — e sul tema della progettazione partecipata con la cittadinanza, si innesca la voglia di uno scambio, l’Osteria si trasforma in una piazza ateniese, dove quando parla Carlana cala davvero un bellissimo silenzio d’ascolto.
La cultura del saper fare e del far sapere
In questo viaggio siciliano è emerso con forza un aspetto complementare alla “cultura del saper fare” che guida ogni tappa dell’Osteria: la “cultura del far sapere“, la comunicazione, il racconto.
Negli ultimi anni gli architetti sono diventati anche narratori di sé stessi, attraverso diversi mezzi e linguaggi, trasformando alcuni paradigmi della professione. Osteria dell’Architetto crede che anche nella divulgazione possa essere utile incontrarsi e confrontarsi, auspicando un dibattito sempre più aperto.
OSTERIA DELL’ARCHITETTO · Cultura del saper fare · Edizione 2025/2026
Scopri le tappe passate, la galleria fotografica dei singoli eventi su osteriadellarchitetto.it
Arrivederci al Marmomac
Applauso, sipario. Si smonta il bancone. Si salutano gli amici vecchi e nuovi.
Il prossimo appuntamento è al Marmomac di Verona dal 22 al 25 settembre 2026. Un altro luogo dove architettura, materia e professione si incontrano. Un altro bicchiere da alzare insieme.
RESTA AGGIORNATO SUI PROSSIMI APPUNTAMENTI
→ @osteria_dell_architetto
Il progetto dell’Osteria dell’Architetto è stato reso possibile dal sostegno di due realtà italiane che di “saper fare” ne sanno qualcosa: Oikos Venezia e Qu.
Oikos Venezia sviluppa la propria ricerca sulla soglia e sull’ingresso come elemento architettonico, attraverso una cultura del dettaglio e della personalizzazione che richiama la grande tradizione italiana del progetto.
Qu, specializzata in illuminazione architettonica, accompagna invece le serate con la “Brillina”, una luce portatile progettata appositamente per il format. © Silvia Lugari
pubblicato il:
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Source link









