Parigi, 10 marzo 2026. Nella sala del Nuclear Energy Summit convocato dal governo francese, Ursula von der Leyen pronuncia una frase che difficilmente avrebbe usato quindici anni fa. Voltare le spalle al nucleare, ha detto ai delegati, è stato un errore strategico per l’Europa, che ha rinunciato a una fonte di energia affidabile e a basse emissioni proprio mentre il mondo intero la riscopriva. Nessuno, in sala, le ricorda che fu ministra nel governo tedesco che nel 2011, sull’onda dell’incidente di Fukushima, decise l’uscita definitiva di Berlino dall’atomo.
Fukushima avvenne di venerdì. Günther Öttinger, a lungo Ministerpräsident del Baden-Württemberg, il Land-vetrina dell’efficienza industriale tedesca (che si giova ancora di 90 milioni di tonnellate di carbone nazionale) e all’epoca dei fatti commissario europeo all’energia mise alla frusta il suo gabinetto per organizzare una teatrale conferenza stampa il lunedi successivo. Gran folla, i più rilevanti stakeholder dell’energia di Bruxelles, sede istituzionale, ONG ambientaliste e no-nuke in grande spolvero, rappresentate dalle voci più autorevoli e ascoltate, Öttinger annunciò la ritirata tedesca con frasi, toni e accenti che facevano intuire un poderoso colpo di freno per l’atomo anche nel resto d’Europa. In Italia si sarebbe votato tre mesi dopo; il risultato si sarebbe scritto in quel weekend e, per la seconda volta, la “psicologia delle masse” avrebbe sopraffatto il pensiero pragmatico e lungimirante per quanto attiene all’energia. Lo ammetto, sono nuclearista a ragion veduta e ben studiata. Ma il dettaglio resta. È comunque agli atti e dice più di molte analisi sullo stato in cui versa oggi il Green Deal europeo.
Quella di Parigi rimane la scena con cui si apre, implicitamente, il diciannovesimo numero del Green Deal Watch, il rapporto trimestrale che l’Istituto Affari Internazionali pubblica con il sostegno di Edison. Il titolo scelto dagli autori, Alessio Sangiorgio e Lorenzo Colantoni, è Uncertain Waters Ahead, acque incerte davanti a noi, e la metafora marittima non è casuale. Racconta una Commissione che, dopo anni passati a tracciare rotte vincolanti per Stati membri e imprese, si trova oggi a navigare a vista, costretta a rincorrere eventi che non controlla più.
Il secondo shock energetico in meno di cinque anni, innescato dall’attacco di marzo a Hormuz e dalla conseguente chiusura dello stretto, ha rimesso in moto lo stesso copione del 2022: prezzi del gas in fiammata, conti dell’importazione fossile europea cresciuti di oltre 22 miliardi di euro nei primi 44 giorni di crisi, secondo i numeri citati dalla stessa von der Leyen, governi costretti a intervenire con misure tampone. La differenza, questa volta, sta nella scala della risposta. Tra il 2022 e il 2023 l’Unione spese circa 540 miliardi di euro per attutire lo shock russo. Nei primi mesi della crisi attuale i ventisette si sono fermati attorno ai 12 miliardi. Non è prudenza acquisita. È il segno di uno spazio fiscale che si è ristretto, e di governi che hanno imparato a proteggere i consumatori dal prezzo, più che a intervenire sulla domanda.
Qui si apre la frattura che il rapporto descrive con onestà, anche se forse non fino in fondo. Bruxelles raccomanda elettrificazione e risparmio energetico, oltre a una riforma strutturale del sistema che però fatica a tradursi in atti. I governi nazionali, Italia e Germania in testa, preferiscono tagliare accise e IVA, e intanto alzano la voce su un dossier che il Green Deal Watch tratta con una cautela quasi eccessiva: la revisione dell’Emission Trading System.
Il rapporto si concentra sul benchmark dell’ETS1, la battaglia tra Bruxelles e le industrie pesanti, chimica e carta in particolare, sulla quota di permessi gratuiti ancora concessa dopo due decenni di funzionamento del sistema. Italia e Germania chiedono un’applicazione più limitata, soprattutto per la generazione elettrica; la Spagna spinge per l’inasprimento; la Commissione, attraverso DG Clima, fa notare che le richieste di Roma e Varsavia sulla chimica rischierebbero di scaricare un costo aggiuntivo di due miliardi sull’industria del cemento. È una guerra di trasferimenti tra settori, non una battaglia sui princìpi.
Quello che il rapporto cita appena, in una riga della cronologia finale, è l’altro fronte dell’ETS: il secondo sistema, quello che dal 2028 metterà un prezzo del carbonio sul carburante per le auto e sul riscaldamento delle case. L’avvio era previsto per il 2027; è stato rinviato di un anno nello stesso accordo di marzo che ha fissato il target legalmente vincolante di riduzione del 90 per cento delle emissioni nette al 2040, con una finestra di flessibilità che dal 2036 permetterà di coprire fino al 5 per cento dell’obiettivo con crediti internazionali. Le aste delle quote partiranno comunque nel 2027, un anno prima della scadenza vera e propria, segno che neppure i tecnici della Commissione hanno piena fiducia nella tenuta del calendario.
Questo rinvio non è un dettaglio amministrativo. Per molti appare come una dimostrazione anticipata della sua fragilità politica. I settori coperti dall’ETS2, trasporto su strada ed edifici, hanno ridotto le emissioni solo del 4,4 per cento dal 2005 a oggi, contro un dimezzamento ottenuto nello stesso periodo da industria pesante ed energia elettrica già sotto ETS1. Sono fonti diffuse, milioni di automobilisti e di caldaie, difficili da disciplinare con uno strumento di mercato pensato per grandi impianti centralizzati. Il tetto di prezzo concepito per attutire gli shock si aggira attorno ai 45 euro a tonnellata in valori 2020; i contratti futures hanno già toccato gli 84. Se le misure complementari, efficienza degli edifici, sostegno alla mobilità pulita, non arrivano in tempo, quel tetto rischia di restare lettera morta proprio nel momento in cui la bolletta del cittadino europeo comincerà a sentirne il peso.
È qui che la distanza tra Bruxelles e le capitali, oggi misurabile sui permessi gratuiti dell’industria pesante, rischia di trasformarsi in frattura sociale aperta. Il rapporto IAI ricorda che quasi un europeo su dieci non riesce a riscaldare adeguatamente la propria casa, e che oltre 30 milioni di cittadini segnalano difficoltà a pagare le bollette. Il Social Climate Fund, alimentato dalle aste dell’ETS2 e destinato a mobilitare almeno 86,7 miliardi di euro tra il 2026 e il 2032, è l’assicurazione politica pensata per evitare che il 2028 diventi l’anno della rivolta dei gilet gialli su scala continentale. Resta da vedere se basterà.
Sul fronte industriale, il documento più rivelatore del semestre è l’Industrial Accelerator Act, presentato a marzo dopo mesi di ritardi e di liti tra Direzioni generali, fino al punto di cambiarne il nome originario, che conteneva la parola decarbonizzazione, per renderlo più digeribile come strumento di politica industriale tout court. L’obiettivo dichiarato, portare la manifattura europea al 20 per cento del PIL entro il 2035 dall’attuale 14,3, non è accompagnato da alcuna spiegazione su come quella soglia sia stata calcolata, né da un modello quantitativo che la giustifichi come traguardo ottimale. È un numero politico travestito da target tecnico, e su questo punto il Green Deal Watch, che pure lo segnala, avrebbe potuto insistere di più.
Lo scontro vero si gioca sulla definizione di Made in EU per gli appalti pubblici, un mercato che la Commissione stessa stima in circa 2.000 miliardi di euro. La scelta finale di includere, come equivalenti al contenuto europeo, anche i beni provenienti da Paesi con accordi di libero scambio rassicura gli Stati nordici e baltici, preoccupati per distorsioni nel mercato interno, ma svuota buona parte della capacità del provvedimento di favorire esclusivamente le imprese europee. La Cina resta formalmente esclusa; entra però dalla porta laterale dei Paesi terzi con cui Bruxelles ha appena firmato nuovi trattati, Marocco compreso, grazie ai suoi accordi di associazione euromediterranea. È protezionismo a maglie larghe, costruito più per placare le diplomazie commerciali che per blindare le filiere.
Il Carbon Border Adjustment Mechanism, entrato nel suo regime definitivo a gennaio, con un prezzo dei certificati ormai oltre i 75 euro a tonnellata, mostra lo stesso limite, solo da un’altra angolazione. Copre un numero ristretto di prodotti, resta aggirabile attraverso beni finiti o semilavorati che incorporano gli stessi materiali tassati, e si scontra con la capacità cinese di differenziare le filiere: acciaio a minore intensità di carbonio verso l’Europa, produzione più sporca dirottata verso mercati terzi meno esigenti. Il CBAM, in altre parole, è la frontiera dell’ETS1. L’ETS2, quando arriverà, non avrà alcun equivalente alla frontiera, perché il suo bersaglio non è l’importazione, ma il consumatore finale. È un’asimmetria, e a Bruxelles nessuno sembra ancora occuparsene con serietà.
In questo quadro, le posizioni difese dal governo italiano trovano una coerenza che il rapporto, senza dirlo apertamente, finisce per confermare. La lettera del 4 dicembre 2025, firmata da Giorgia Meloni insieme ai governi di Bulgaria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, chiedeva di archiviare quello che i firmatari bollavano come pregiudizio ideologico, accusato di aver fiaccato interi comparti produttivi senza ottenere risultati misurabili sulle emissioni planetarie. Pochi giorni dopo la Commissione ha ricalibrato lo stop ai motori termici previsto dal 2035, passando da un obiettivo di azzeramento totale a una riduzione del 90 per cento, riaprendo lo spazio a ibridi, biocarburanti ed e-fuel in nome della neutralità tecnologica. La stessa dinamica si ripete oggi sull’ETS1, sul nucleare, sulla flessibilità del CBAM per i fertilizzanti che l’Italia chiedeva già prima della crisi di Hormuz. La realtà industriale ed energetica sta riscrivendo l’agenda di Bruxelles voce per voce, e Roma si trova, per una volta, dalla parte che anticipa la correzione di rotta piuttosto che subirla.
C’è però un punto su cui mette conto soffermarsi, perché rischia di trasformare una posizione difendibile in un alibi. La neutralità tecnologica, se non è disciplinata dal costo effettivo dell’abbattimento, diventa essa stessa una forma di ideologia, solo travestita da pragmatismo. I biocarburanti costano, secondo le stime circolate negli ultimi mesi, circa 290 euro per tonnellata di CO2 risparmiata, contro i 73 euro medi dell’ETS1 nel 2025 e i 45 previsti come tetto per l’ETS2. Difendere una tecnologia perché esiste già, perché protegge una filiera consolidata, non è meno ideologico che imporre per decreto l’elettrico unico. Il pragmatismo che l’evoluzione industriale richiede davvero non sta nella preferenza per una soluzione tecnica piuttosto che per un’altra. Sta nella disponibilità a misurarle tutte con lo stesso metro, euro per tonnellata, prima di sceglierle.
Anche dal lato che si presenta come custode dell’ortodossia verde, l’ideologia non manca. Nell’intervista che chiude lo studiolo IAI, la commissaria all’Ambiente Jessika Roswall sostiene di non vedere alcuna contraddizione tra circolarità e competitività, e ribadisce che il prossimo Circular Economy Act non è più soltanto una questione ambientale ma una necessità economica. È il linguaggio di chi è sulla difensiva, e lo conferma poche righe più sotto, quando alla domanda sul fallimento della Green Claims Directive, affossata dall’opposizione delle micro e piccole imprese che rappresentano il 96 per cento del tessuto produttivo europeo, risponde parlando di riduzione degli oneri amministrativi invece di ammettere un arretramento. Lo stesso vale per l’insistenza sulle soluzioni nature-based nella gestione idrica ed elettrica, che convive a fatica con la richiesta, fatta dalla stessa Roswall poche righe dopo, di accelerare i procedimenti autorizzativi per i settori strategici della transizione.
Resta lo sfondo da cui siamo partiti, lo stretto di Hormuz, riaperto da un accordo fragile e improbabile, come si sta dimostrando, tra Washington e Teheran che a Bruxelles nessuno considera definitivo. Le mine restano nello stretto, le infrastrutture vanno ricostruite, e la fiducia di chi assicura le petroliere si riconquista più lentamente di quanto si ripara un gasdotto. Potrebbero volerci mesi prima che la crisi cominci a essere davvero alle spalle, forse anni prima che se ne esauriscano gli effetti. Le acque incerte del titolo non sono soltanto quelle del Golfo. Sono quelle in cui il Green Deal stesso naviga, tra un 2028 che porterà il prezzo del carbonio fin dentro le case degli ancora inconsapevoli europei e un’Unione che, per la prima volta dal 2019, sembra disposta ad ammettere che la rotta tracciata allora andava corretta. Resta da capire se la correzione sarà fatta con il metro del pragmatismo, o semplicemente con quello della paura. Comunque tardi per recuperare altri 15 anni di ritardo sul nucleare.
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Roberto Zangrandi
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