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Il dolore dei migranti morti nel Mediterraneo non può essere minimizzato. Ogni naufragio è una sconfitta dell’umanità, dell’Europa, della politica e spesso anche della diplomazia internazionale. Ma proprio perché il tema è tragico e complesso, liquidare l’Italia come un Paese “cristiano” che lascia annegare le persone in mare è un giudizio ingeneroso, banale e profondamente incompleto.

Richard Gere, intervenendo a Berlino alla Hertie School, ha parlato di Lampedusa, rifugiati, compassione e responsabilità morale. Ha denunciato come “surreale” l’idea che in Italia sia illegale salvare chi sta annegando e ha criticato anche l’amministrazione Trump per avere usato parole disumanizzanti verso i migranti.

Sono parole che nascono da una sensibilità umanitaria autentica. Ma quando l’attore americano concentra il bersaglio sull’Italia, finisce per cancellare un pezzo decisivo della storia recente: l’Italia è stata per anni il Paese europeo che più di tutti ha salvato, soccorso, accolto, curato e identificato decine di migliaia di persone arrivate dal mare.

L’Italia non è il Paese che volta le spalle

L’Italia non è il Paese che per definizione lascia morire i migranti. È il Paese di Lampedusa, della Guardia costiera, della Marina militare, dei medici, dei volontari, dei sindaci, delle forze dell’ordine, dei pescatori e delle comunità locali che per anni hanno visto arrivare barconi, corpi, bambini, donne incinte, uomini stremati.

Secondo i dati Unhcr, nel 2025 sono arrivati via mare in Italia 66.316 migranti e rifugiati, in 1.510 sbarchi, pari al 46 per cento degli arrivi nel Mediterraneo. Nel 2024 erano stati 66.617, nel 2023 addirittura 157.651. Sono numeri che raccontano non una chiusura totale, ma una pressione continua su una frontiera che è italiana geograficamente e dovrebbe essere europea politicamente.

Nel solo periodo dal 2015 al 2025, sempre secondo i dati Unhcr, l’Italia ha visto arrivare via mare centinaia di migliaia di persone: 153.842 nel 2015, 181.436 nel 2016, 119.369 nel 2017, poi nuove ondate fino ai 105.131 arrivi del 2022 e ai 157.651 del 2023.

È difficile sostenere, davanti a questi numeri, che l’Italia si sia semplicemente voltata dall’altra parte.

Le morti in mare restano una tragedia europea

Questo non significa negare la tragedia. Il Mediterraneo resta una delle rotte migratorie più mortali del mondo. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni registra ogni anno migliaia di morti e dispersi. Nel 2025, almeno 2.185 persone sono morte o scomparse nel Mediterraneo, mentre nel 2024 erano state 1.862 solo sulle rotte legate agli arrivi in Italia secondo il quadro Unhcr.

Dal 2014, secondo il progetto Missing Migrants dell’Iom, il Mediterraneo ha registrato decine di migliaia di vittime. Reuters, citando l’Iom, ha indicato in 28.854 i morti e dispersi nel Mediterraneo tra il 2014 e il 2023, all’interno di un bilancio globale di oltre 63mila migranti morti o scomparsi sulle rotte migratorie.

È un bilancio che deve interrogare tutti: Italia, Europa, Stati di partenza, Paesi di transito, trafficanti, governi africani, regimi mediorientali, organizzazioni internazionali e anche Stati Uniti. Ma proprio per questo non può essere ridotto a una colpa morale italiana.

La semplificazione dell’attore americano

La frase di Gere colpisce perché usa un’immagine fortissima: un Paese cristiano che renderebbe illegale salvare chi sta annegando. Ma la realtà giuridica e operativa è più complessa.

In Italia non è vietato salvare persone in pericolo di vita. Il soccorso in mare resta un obbligo secondo il diritto internazionale. Le norme contestate negli ultimi anni hanno riguardato soprattutto la gestione delle navi delle ong, l’assegnazione dei porti, le procedure dopo il primo salvataggio, le sanzioni amministrative e i rapporti tra soccorso umanitario e controllo delle frontiere.

Si può criticare duramente quella normativa. Si può sostenere che abbia reso più difficile l’azione delle ong. Si può discutere se alcune scelte abbiano aumentato i rischi in mare. Ma dire che l’Italia abbia reso illegale salvare chi annega è una formula ad effetto che non restituisce la complessità dei fatti.

L’Italia lasciata troppo sola dall’Europa

Il punto più serio è un altro: l’Italia ha gestito per anni una frontiera europea con strumenti nazionali. Lampedusa, Pozzallo, Augusta, Crotone, Taranto, Reggio Calabria, Trapani e molti altri luoghi hanno retto una pressione che avrebbe dovuto essere condivisa da tutta l’Unione.

Le politiche europee hanno oscillato tra solidarietà annunciata e ricollocamenti insufficienti, tra accordi con Paesi terzi e controlli di frontiera, tra principi umanitari e paura del consenso interno. In questo quadro, l’Italia è stata spesso accusata quando chiedeva aiuto e lasciata sola quando doveva gestire gli sbarchi.

È qui che la critica di Gere diventa più debole. Perché colpire l’Italia come se fosse l’unico attore morale della tragedia significa non vedere la responsabilità europea e internazionale. Il Mediterraneo non è un mare italiano. È il confine sud dell’Europa.

Trump e il linguaggio disumano sui migranti

Diverso è il passaggio di Gere sull’amministrazione Trump. Definire i migranti “alieni” o “parassiti”, come denunciato dall’attore, significa usare un linguaggio che disumanizza. E quando la politica disumanizza, prepara sempre il terreno a politiche più dure, a indifferenza sociale, a paura e ostilità.

Su questo punto Gere coglie un problema reale: il modo in cui si parla dei migranti conta. Nessuno dovrebbe essere ridotto a massa indistinta, minaccia, invasione o categoria inferiore. Ogni persona che attraversa il mare porta con sé una storia, una famiglia, una paura, un desiderio di salvezza o di futuro.

Ma proprio perché il linguaggio conta, bisogna usarlo con precisione anche quando si critica l’Italia.

Salvare vite e governare i flussi

La vera sfida è tenere insieme due esigenze che spesso vengono contrapposte: salvare vite e governare i flussi. Una democrazia non può lasciare morire le persone in mare. Ma non può neppure fingere che gli arrivi irregolari siano un fenomeno semplice, senza costi sociali, amministrativi, diplomatici e di sicurezza.

Serve una politica europea seria: vie legali di ingresso, accordi trasparenti con i Paesi di origine e transito, lotta ai trafficanti, redistribuzione effettiva dei richiedenti asilo, rimpatri per chi non ha diritto alla protezione, tutela dei minori, corridoi umanitari per chi fugge da guerre e persecuzioni.

Senza questa architettura, l’Italia continuerà a essere il bersaglio facile: troppo aperta per chi vuole chiudere tutto, troppo chiusa per chi pretende accoglienza senza limiti.

La compassione non basta se cancella i fatti

Richard Gere ha il merito di ricordare che al centro della questione migratoria ci sono esseri umani. È un richiamo necessario, soprattutto in un tempo in cui la sofferenza viene spesso normalizzata e le morti in mare rischiano di diventare statistica.

Ma la compassione, per essere credibile, non può cancellare i fatti. E i fatti dicono che l’Italia ha salvato, accolto e gestito negli anni numeri enormi di persone arrivate dal Mediterraneo. Ha commesso errori, ha approvato norme discutibili, ha oscillato tra solidarietà e chiusura. Ma non può essere descritta come un Paese che semplicemente lascia annegare.

La critica morale è utile quando aiuta a vedere meglio la realtà. Diventa ingiusta quando la semplifica fino a deformarla.

Il Mediterraneo chiede verità, non slogan

Le morti nel Mediterraneo restano una vergogna collettiva. Non solo italiana. Europea, occidentale, internazionale. Sono il frutto di guerre, povertà, instabilità, trafficanti, assenza di canali legali, cinismo politico e incapacità di cooperare.

L’Italia deve continuare a essere giudicata sulle sue scelte. Ma deve esserlo per ciò che fa davvero, non per una caricatura. Perché un Paese che ogni anno vede arrivare decine di migliaia di persone dal mare, che mobilita Guardia costiera, sanità, prefetture, Comuni e volontariato, non può essere liquidato con una frase da palco internazionale.

La lezione di umanità serve. Ma deve essere accompagnata dalla lezione della verità. E la verità è che l’Italia, con tutti i suoi limiti, non è stata spettatrice del Mediterraneo. Ne è stata per anni la prima trincea di soccorso, accoglienza e responsabilità.


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 Anna Buono

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