“La miglior versione di Noi”, è il titolo della lunga intervista di Dazn a Cristian Chivu. Ecco le dichiarazioni del tecnico dell’Inter sulla stagione del Doblete: “E’ una frase che ho ripetuta un paio di volte… Ci credo molto. Se l’abbiamo mostrata? Direi di sì, con alti e bassi, fa parte del percorso: però come status di quello che abbiamo cercato di trasmettere è sempre stata la miglior versione nostra tutti i giorni. Poi la partita è una storia a sè, l’avversario non propone mai quello che tu prepari, quindi bisogna accettare che ci sono insidie da superare. E le superi quando metti in campo la miglior versione tua in quel giorno dal punto di vista mentale e fisico”.
“E’ stata dura perché mi sono trovato in una situazione con una certa responsabilità: un gruppo di giocatori già affermato e con un certo valore dimostrato negli ultimi 5-6 anni. All’inizio ci sono tante incertezze e non sai come funzionano le cose, anche se ho avuto la fortuna di conoscere questi giocatori perché con la Primavera spesso andavamo ad Appiano. Un’idea dal punto di vista umano me l’ero già fatta, però è stato bello perché mi hanno messo alla prova per tirare fuori la miglior versione anche da me stesso”.
“Ha vinto un interista? E’ un’emozione particolare che non ho mai perso in questi anni: il bello dell’Inter è che quando arrivi e inizi a vivere la società, ti rimane dentro per sempre perché ha un modo di fare che non togli più dalla vita. Ho un grande riconoscimento per il mio passato, ma l’Inter è la parte più bella della mia carriera. L’estate che arrivo a Milano ho conosciuto mia moglie, ho due figlie nate a Milano, è speciale. Per me avere questa possibilità di allenare la squadra del cuore è bello e stressante, perché è una grossa responsabilità e non voglio deludere le aspettative e le persone che hanno creduto in me. E soprattutto i giocatori: mi conoscevano da prima, probabilmente avevano certi dubbi però ce l’abbiamo fatta insieme. E’ un valore immenso: vincere da allenatore è ancora più bello”.
Cammino stagionale, critiche e prospettive
“Nel calcio vincere una partita è un sospiro di sollievo, perderla una tragedia. perché ti viene in mente le cose che hai sbagliato, quello che non ha funzionato e non ho trasmesso. Vincere è più facile. Avevo speso già tanto in certe esultanze durante la stagione, sono andato in campo e mi sono messo sulle ginocchia e ho buttato fuori che avevo dentro. L’esultanza dopo il Parma era la ciliegina sulla torta, sorridevo perché ero felice che fosse finita nel miglior modo possibile. E’ quello che un allenatore sogna, ero felice per la mia famiglia perché l’hanno vissuta con più tensione. Ed è finita anche per i ragazzi, che hanno messo tutto”.
“Se la comunicazione esterna è la parte che mi è piaciuta meno? Non sono mai stato un amante delle interviste, anche perché spesso si cercano i titoli e per me ci sono cose che valgono di più. C’è una mancanza in questo periodo di certi valori che rappresentano lo sport: c’è tanta passione e tante cose che potrebbero essere fatte in maniera migliore per trasmettere qualcosa. Ma i social hanno fatto fare un salto di qualità dal punto di vista mediatico e l’impatto: spesso si trasmettono valori che non hanno che fare con la vita e i valori giusti. I giornalisti fanno la loro parte ed è giusto così. Altre persone che hanno accesso al mondo social e hanno migliaia di followers dovrebbero non trasmettere solo odio e critiche. C’è un bel lavoro da fare, si parla più di episodi e polemiche. Bisogna anche guardare il bicchiere mezzo pieno, il lavoro e il percorso”.
“Se ho preparato un discorso per il primo giorno? Ogni volta che ho preparato qualcosa è finita male perché mi sono dimenticato qualcosa o mi sono perso dei passaggi. Io vado a sensazione, se ho un’idea di quello che voglio trasmettere inizio ad evolverla senza parlare troppo perché so quando l’allenatore racconta cose che si perdono. Io non ho mai avuto la sensazione che questo gruppo fosse finito, ho sempre apprezzato il percorso dell’anno scorso e il coraggio che hanno avuto di provare a essere competitivi e cercare di vincere tutto. Poi a volte ci riesci e a volte meno: io ho sempre detto che non diventi un’ossessione perché creano aspettative e poi le aspettative possono creare delusioni”.
“Nell’Inter non esistono regole ma standard. L’idea era quella di togliere l’ego, l’io, e pensare più al noi: se si vuole essere competitivi bisogna rinunciare all’egoismo e pensare più al gruppo. Non è stato semplice perché ti trovi ad una settimana dopo una grande delusione, le parole le porta via il vento. Io ho spesso detto che avrei cercato di dare tutto per trasmettere qualcosa e che avrei sempre detto la verità. Ho bisogno di giocatori che hanno voglia di essere allenati e che sono allenabili, che si mettessero a disposizione senza perdere di vista quello che di buono era stato fatto”.
Metodo Chivu
“Generazione di oggi? A me il settore giovanile è servito per capire che quello che funzionava con noi oggi non funziona più. Bisogna adattarsi a loro e al mondo, bisogna avere sensibilità per capire come approcciarsi a loro soprattutto a livello individuale. Ho imparato a parlare a livello calcistico: ho fatto tutto da solo, ci ho messo sei anni… Io non mi accontento mai, sono aperto a tutto: ho tante cose da imparare. Io ho imparato ad uscire dalla mia comfort zone, mi sono sempre messo alla prova andando a volte contro i miei pensieri e situazioni che potevano creare problemi se non avessi rispettato determinati codici”.
“Provo a fare a modo mio, le scelte che ho fatto come non fare ritiri e dare giorni liberi prima della partita le ho fatte seguendo la mia pancia. Volevo uscire dalle solite cose e dai luoghi comuni, poi quando vinci è tutto più semplice perché le scelte ti danno ragione. Non sono state semplici: quando ho tolto il ritiro pre-gara in casa ho visto un po’ di diffidenza da alcuni giocatori. Qualche mese dopo ho chiesto a loro di decidere e mi hanno risposto che preferivano stare a casa. E’ diventata un’abitudine e vuol dire che sei entrato bene. Bisogna superare certi luoghi comuni o scaramanzie”.
“Da allenatore cerchi sempre di portare la squadra al completo con tutte le soluzioni e la preparazione alla partita. La generazione è cambiata, hanno una capacità di adattarsi alla partita in dieci minuti in spogliatoio: a me ha stupito ma l’avevo scoperto nel settore giovanile. All’inizio mi sono anche arrabbiato se sentivo musica alta in spogliatoio e vedevo gente ancora col telefono in mano, ma ho capito che hanno questa capacità di switch in cinque minuti. A me ha spaventato, ma mi ha fatto capire che loro hanno questa capacità e bisogna adattarsi”.
“Non sono mai riuscito a riposarmi durante la stagione, però è stato bello: per me dormire 5-6 ore basta, almeno credevo. Il problema è quando cominci a giocare ogni tre giorni, lì è dura perché finisce una partita ma non hai tempo di pensare a niente perché sai che dopo 2 giorni ne hai un’altra. Una sera mi sono addormentato a vedere una partita e mi ha svegliato mia figlia bussando: mi sono spaventato perché pensavo di essere in un albergo con la squadra e che ero in ritardo a una riunione o a un pranzo. Non è semplice ma ti tiene vivo, nel bene e nel male è sempre la prossima quella che conta”.
Bastoni
“La chiave che ho usato con Bastoni? Era una serata particolare per quello che avevo detto il giorno prima in conferenza… Era la situazione peggiore che potesse capitare: ho dovuto scegliere, non perché lui aveva bisogno di essere difeso ma perché si andava in una direzione che non mi stava bene. Si attaccava il giocatore, hanno tirato fuori l’esultanza. Ma non mi piaceva che tanti non riuscivano a mettere in mezzo le emozioni della partita, di un Inter-Juve. Ero un po’ arrabbiato: un mio giocatore era messo in piazza e si tiravano i sassi. Bastoni è uno dei ragazzi più intelligenti che ho incontrato nel calcio, ma in campo è un’altra cosa e lui aveva capito l’importanza di quella partita. Ha dovuto subire una gogna mediatica senza precedenti: io non ho mai visto una cosa del genere e non è stato semplice da gestire. Io ho scelto di schierarmi dalla parte del giocatore e della mia squadra. Ho capito che determinati valori che voglio trasmettere in questo mondo è meglio che lascio perdere… Ti devi adattare al mondo sennò ti mangiano i lupi. Non volevo perdere la credibilità e la stima dei giocatori: conta quello. Il messaggio ricevuto da Ale la mattina dopo vale più di tante cose. Ho cercato di fargli capire che quello che conta è la stima dei compagni. Lui ha cercato di nascondere certe cose, noi avevamo capito. Ad un episodio negativo succede una valanga ma lui la faccia l’ha sempre messa. Anche in Nazionale, è andato con le stampelle: con noi era stato 10 giorni senza camminare”.
Staff e dirigenza
“Lo staff per me è importante, sono uno che si confronta molto. Mi aiutano, è importante far sentire tutti importanti. L’organizzazione societaria è ben nota: per me l’Inter è sempre stata brava a trovare le persone giuste che mettono il know-how acquisito in carriera nel calcio per metterlo a disposizione della società e della squadra. Per un allenatore è molto più semplice perché se ci sono problemi sai a chi rivolgerti, se ci sono delle situazioni sai che, nel bene o nel male, un po’ di tempo in più ce l’hai. A volte c’è bisogno di un intervento forte, di gente che ci mette la faccia. La società ha incaricato me di fare determinate scelte, a tappare le cose che non funzionavano. Mi sono preso ben volentieri questa responsabilità: sono un uomo di verità, dico quello che penso sempre, non faccio solo il pompiere ma anche il muratore visto che è stato detto che mettevo mattoni per costruire qualcosa che duri a lungo”.
Futuro e Champions
“Per me la squadra ha margini di miglioramento. Questa una stagione importante per acquisire qualche certezza e la fiducia persa l’anno scorso. Quando perdi è facile perdere autostima. Tutti parlavano di ciclo finito, io non ho mai avuto questa percezione. Quando si perde il campione trova sempre qualcosa dentro per tirarsi su. Scudetto e Coppa Italia sono tanto ma anche poco, dipende dai punti di vista. Siamo stati giudicati giustamente per l’uscita in Champions, per me abbiamo la forza per arrivare in fondo in tutto ma non deve diventare un’ossessione. Vado in giro per Milano e si parla di Champions, di Triplete… piano. Non dobbiamo avere ossessioni, ma per me abbiamo ancora qualcosa da aggiungere”.
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