In oltre vent’anni ha costruito il proprio percorso abbattendo stereotipi, quelli legati al Sud e quelli che nel tempo hanno provato a incasellarla, prima come giovane produttrice da mettere alla prova, poi come interprete di un’idea di vino da etichettare. Non ha avuto paura di criticare quello stesso movimento naturale che ha contribuito a far crescere. A Vittoria, nel sud-est della Sicilia, Arianna Occhipinti ha invece imposto un modello preciso, fondato su vini territoriali, leggeri, identitari, capaci di smentire il cliché dei rossi meridionali troppo alcolici e potenti, a partire dal Frappato. Qui l’abbiamo incontrata, tra cantina e vigne, tra l’odore di lavanda e ulivi millenari, con gli scarponi sporchi di fango e sorrisi. Una leader magnetica, con una naturale propensione alla conoscenza enologica che l’ha resa celebre fin da giovanissima: «Ci ho messo dieci vendemmie per avere credibilità». Oggi quella credibilità è diventata un riferimento, dentro e fuori dall’Italia, anche per una posizione netta, nei confronti dello stesso movimento naturale che ha contribuito a far crescere: «Il vino non deve avere difetti, deve essere buono e pulito».
Arianna Occhipinti nella sua cantina di Vittoria (Sicilia) – Foto di Sonia Ricci
Il suo nome oggi è indissolubilmente legato al Frappato e a Vittoria. Quanto è stato difficile costruire questa identità partendo da un territorio che non aveva ancora una voce internazionale?
È un vino di estrema eleganza, se non avessi avuto il Frappato, con la sua stratificazione, il suo potenziale, forse non sarei la persona di oggi. Quando ho iniziato viveva un momento complicato, non c’era un respiro internazionale. E il Frappato aveva bisogno di una persona che se lo prendesse a cuore.
I suoi vicini di casa hanno capito il suo lavoro?
Ora sì. Per anni hanno pensato di non poter arrivare a fare dei vini importanti di territorio con quell’uva. Ma negli ultimi due anni ho assaggiato vini interessanti, la qualità media del Cerasuolo, del Frappato, del Nero d’Avola è cresciuta. Dobbiamo però presentarci come territorio, ognuno con le sue sfumature.
Il Frappato può essere davvero il rosso siciliano più promettente per il futuro?
Oggi un ruolo fondamentale ce l’ha il Nerello, non credo che il Frappato lo possa fare altrettanto. Però credo che come rossi quelli di Vittoria e dell’Etna possono essere sicuramente tra i primi della regione.
Parliamo delle contrade, a Vittoria lei ci sta lavorando. È una forzatura? È una copia di altri modelli?
In realtà, è un passaggio obbligato quando inizi a conoscere meglio il tuo territorio. Quando vinifichi, ne capisci la diversità. E se bevi Etna, Barolo, Borgogna, Jura, dove questo approccio enologico si fa già da tanto tempo, non puoi che volerlo applicare anche nel tuo territorio.

Arianna Occhipinti in vigna – Foto Sonia Ricci
A proposito di Etna: lei ha comprato alcuni terreni, ma ha deciso di non vinificare. Perché?
Li ho acquistati una decina di anni fa. Li ho presi perché mi piacciono quei luoghi. Ma negli anni mi sono resa conto che volevo valorizzare il mio territorio.
Vittoria?
Sì. Non che non possa mettere su un’azienda sull’Etna, o che in alcuni casi non ci abbia pensato, o non mi siano arrivate richieste di collaborazione. Però credo che un produttore si debba radicare in un territorio per diventarne un ambasciatore. Soprattutto quando si ha una dimensione come la mia. Diversamente, magari, un’azienda più grande può decidere di rappresentare territori diversi, anzi forse ha la forza aziendale per poterne rappresentare tanti.
Chi compra vigne sull’Etna arrivando da fuori, comprese le grandi aziende, rischia di inseguire una moda?
C’è anche questo rischio. Alcuni hanno avuto bisogno di investire sull’Etna per darsi un’identità, un tono.
Una questione di immagine?
Probabilmente alcuni si sentivano, in Sicilia, nei propri territori, magari più piccoli, di essere figli di un Dio minore. Succede a volte anche al mio territorio. Si guardava all’Etna come l’opportunità di dare un’identità più forte alla propria azienda. Lo hanno fatto anche aziende di Vittoria, di Menfi, e forse in parte ha anche funzionato.
Un giudizio generale sui vini etnei?
Ho assaggiato tante cose e ho anche vinificato. Sicuramente le parcelle sopra i 700 metri hanno un potenziale per i rossi, sono molto più schietti, fragranti, eleganti. L’altitudine rende il Nerello Mascalese più piacevole e con un potenziale di invecchiamento maggiore.

La vigna di Pinot Nero a Vittoria – Foto Sonia Ricci
Rimane una grande realtà territoriale o è stata soprattutto una moda?
Rimane sicuramente una realtà importate, ma per me l’Etna è stata anche un po’ una moda.
Troppo costruita?
È una moda che abbiamo voluto. I produttori sono tanti, circa trecento. Oggi, tornando ad assaggiare, mi ritrovo a bere vini dei produttori dell’inizio, piccoli artigianali, aziende più circoscritte che hanno un progetto.
È una “moda” destinata a durare?
Non credo che tutti questi progetti dureranno nel tempo. Come ogni percorso, c’è una salita, un momento di picco e una discesa. Secondo me stiamo andando verso un calo di entusiasmo; probabilmente emergeranno altre denominazioni con una forte identità tra quelle più importanti della Sicilia.

La cantina dall’esterno – Foto Sonia Ricci
Su quali altre denominazioni scommetterebbe?
Vittoria e Marsala.
Marsala fatica…
Se Marsala ritorna alla sua identità ossidativa può farcela.
Parliamo dei pre-British?
Sì.
Vede dei segnali veri?
Anche Florio è tornato alle sue radici. E se lo fa un’azienda così grande, l’indicazione è chiara.
Quindi è un messaggio a tutta la denominazione?
Beh se lo fanno anche loro sì. Ho trovato interessanti anche le nuove etichette vintage, raccontano una storia, quella di Marsala, è una bella immagine per il territorio. Poi sicuramente Marsala è anche il Grillo, il Catarratto secco e un luogo di produzione infinita.
Troppa?
Tantissima. Come succede a La Mancha in Spagna, è normale che migliaia e migliaia di viticoltori non troveranno tutti una chiave di trasformazione delle uve in vino, ma dovranno lavorare con le cooperative. Quindi il tema della cooperativa è un tema che oggi, tra Menfi, Marsala e tutta la zona ovest della Sicilia, va affrontato.

Occhipinti in cantina – Foto Sonia Ricci
Il vino è in crisi. Lei cosa vede dal suo osservatorio?
Lo è, assolutamente, e forse lo sarà ancora di più nei prossimi mesi. Si è puntato sull’iperproduzione, sono nati tantissimi marchi, tantissimi brand. Chi non è riuscito a crearsi un’identità forte, elemento oggi imprenscindibile, oggi vive i maggiori problemi.
Si è piantato troppo?
Assolutamente sì, ma si sono fatti anche troppi progetti. E molti hanno iniziato a fare vino non avendo una vera conoscenza.
Che intende?
Quando ho cominciato a fare vino ho studiato enologia e viticoltura. Vengo dal periodo in cui Bellavista era un vino importantissimo per la ristorazione, ho studiato quello che succedeva in quegli anni. Oggi chi produce spesso non conosce quale erano i vini degli anni Novanta, quelli degli anni Duemila.
Sta dicendo che il settore si è riempito di improvvisati?
Si è riempito di gente presa un po’ dal desiderio si voler fare vino ma con progetti fragili. Poi c’è stata la conquista delle nuove denominazioni.

Una delle vigne Occhipinti – Foto Sonia Ricci
Ovvero?
Si è pensato che il vino si potesse vendere ovunque, arrivavano molti importatori e per vendere bastava che fosse l’ultimo vino arrivato sul mercato. Ma poi questo meccanismo si è interrotto.
Da questa crisi, qualcuno ne esce indenne?
Chi ha lavorato bene negli ultimi vent’anni potrebbe viverla diversamente. Avendo dimostrato di fare vini fatti bene, di essere contemporaneo, di avere un storia, ha creato un’identità aziendale forte. E questo tipo di aziende hanno ancora un futuro.
Voi avete sempre venduto anche all’estero. Come sta andando negli Stati Uniti dove si registrano dei cali, soprattutto per i vini francesi?
Non ne abbiamo avuti per il momento. Sicuramente questa situazione richiede un ulteriore impegno di presenza. Devo viaggiare di più, stare vicino agli importatori, anche per farci conoscere a una nuova generazione di sommerlier.
A proposito di ristorazione. I ricarichi sono diventati esagerati?
Sì, definitivamente esagerati. Ci sono piccoli locali e bistrot che cercano di contenere. Ma il classico ricarico “per tre” rispetto al prezzo di partenza, che una volta veniva applicato solo negli stellati, oggi è diventato di default. Nell’alta cucina a volte il ricarico è cinque volte tanto. E questo rende la bevuta una cosa molto esclusiva.

Foto Sonia Ricci
Dealcolati e no-alcol, stanno arrivando davvero. Le fanno paura?
Un po’ sì. So che ancora le percentuali sono basse rispetto alla produzione generale, però si stanno diffondendo. Vorrei che non si chiamassero vino, chiamiamoli in un altro modo.
E i Piwi?
Li ho assaggiati, non li reputo interessanti. Non li ho mai trovati di grande profondità.
Cosa non la convince?
In generale mancano di profondità. Preferisco parlare di sostenibilità in vigneto, magari con qualche trattamento in più se necessario, con produzioni fatte bene, lavorando con le varietà autoctone, che rappresentano la storia, la cultura, la stratificazione di un territorio.
Certificazione biologica. La sua azienda è certificata da due decenni, ma molti stanno mollando criticando il sistema perché troppo burocratico.
Noi continuiamo a crederci. Certo, l’iperburocrazia c’è, ma i controlli, che negli anni sono aumentati, servono anche a garantire il rispetto dei parametri e in Italia il bollino è diventato una cosa più seria. Credo ancora che il marchio valga la pena di essere utilizzato, paradossalmente ci credevo molto meno i primi anni.
Quindi non ha mai pensato di lasciare la certificazione?
No, è una certificazione mi rafforza la mia serietà nei confronti del consumatore. E le certificazioni sono fatte per tutelare i consumatori, non per le aziende.

Uno scorcio della cantina Occhipinti – Foto Sonia Ricci
Cambiamento climatico: come sta cambiando il modo di produrre in Sicilia?
Paradossalmente, pensavamo che qui non lo avremmo avvertito avendo un clima mediterraneo, già caldo, pensavamo di resistere con le nostre varietà locali. Ma negli ultimi quattro-cinque anni si è iniziato ad avvertire molto di più, soprattutto a partire dall’annata 2021 dove c’è stata una grande siccità. Poi nel 2022 l’arrivo di un insetto africano, la Jacobiasca lybica, nel 2023 la peronospora, quindi primavere più tropicali, molto piovose, la 2024 di nuovo con una grandissima siccità. La 2025 è stata più normale.
È tornata a Vinitaly?
Certo che sì.
L’anno scorso ha detto che le fiere di vino naturale sono dispersive, opinione che le è costata le critiche di Angiolino Maule, viticoltore veneto e presidente di Vinnatur, che l’ha definita una “finta naturalista”. È passato un anno, vuole replicare?
Angiolino ha espresso giudizi troppo affrettati, capita a tutti. Un tempo, quando avevo da dimostrare qualcosa, gli avrei risposto, oggi non ho bisogno di dimostrare al mondo che sono un’azienda artigianale seria, pura, vera. Lo si sente nei vini, bastano quelli. Al massimo, posso invitarlo qui da noi a vedere con i suoi occhi, se ha voglia, ma non è nemmeno questo quello che mi interessa.
Cosa le interessa?
Angiolino ha avuto un ruolo fondamentale nel movimento del vino naturale, come l’hanno avuto altri personaggi, i padri fondatori del movimento italiano. Ma la cosa che è sempre stata molto complicata da gestire è stato l’aspetto divisivo delle associazioni. Anziché marciare verso un’identità comune, che ci avrebbe reso più forti, ci siamo incaponiti sulla metodologia.

Arianna Occhipinti – Foto Sonia Ricci
Il metodo lo possono “copiare” anche le grandi aziende industriali.
Esattamente. Noi invece ci differenziamo per la presenza del vignaiolo, l’essere umano, il produttore, colui che sta ogni giorno guida l’azienda, non è solo un investitore. Poi certo, anche l’investitore merita di fare un progetto, ci mancherebbe, ma l’artigiano è capace di fare la differenza. Parlare solo di metodo non è stato vincente, perché il metodo è ripetibile.
Lei si sente ancora parte del movimento del vino naturale?
Mi sento parte di un movimento avanguardista, sicuramente quello dei primi anni, in cui c’era una necessità, un senso dell’urgenza di voler distinguere e parlare di un’agricoltura sana attraverso dei vini che raccontavano delle bellezze territoriali. E non è un caso che i padri del movimento tutt’oggi fanno dei grandi vini. Ma a un certo punto si è parlato solo di vinificazione.

Le bottiglie – Foto Sonia Ricci
E non più di vigna.
Io non mi posso dimenticare una fiera in Canada dove andavo da dei produttori e mi presentavano i loro vini partendo dalla vinificazione. Nel mondo naturale, non si è più parlato di vigna, una volta si partiva dal terroir e solo dopo si arrivava alla trasformazione.
Molti degli ultimi arrivati però producono vini scorretti e difettati.
Sì ci sono anche vini non piacevoli, sicuramente. Il vino non deve avere difetti, deve essere buono e pulito. Ma non dimentichiamoci che deve essere anche un vino profondo e che emoziona.
Oggi si parla di era post naturale: meno ideologia di metodo, più racconto della vigna e del vino. Le appartiene questa idea?
Credo che questo movimento sia servito a scardinare delle logiche che c’erano vent’anni fa. Oggi si ha più consapevolezza del vigneto, della cura della terra, dell’agricoltura sostenibile, è diventato qualcosa da cui le aziende non possono più prescindere.

Occhipinti durante una degustazione in cantina – Foto Sonia Ricci
Lei guiderebbe una nuova fase del movimento naturale?
Se torniamo a parlare di vino. E prima dobbiamo dirci cos’è il naturale: rispetto in vigna, assecondare la natura, condurre un vigneto e non lasciarlo al caso. In cantina massimo rispetto, pulizia e identità. Questo è il vino naturale come lo concepivamo vent’anni fa e se è ancora così, faccio ancora parte di questo movimento.
A proposito di tecniche: macerazioni, grappoli interi, lieviti indigeni. Il naturale ha prodotto anche mode?
Dalla macerazione ancora oggi nascano grandi vini, da Radikon a Gravner. Ma nella vinificazione la macerazione può omologare allontanando il vino dal territorio.
In che senso?
L’eccessivo uso della macerazione, così come l’eccesso di grappolo intero, ti può allontanare dal territorio. Perché un Pinot Nero, un Grenache, un Nero d’Avola, un Nerello Mascalese o qualsiasi altra cosa ti potrebbero sembrare uguali. È come il legno negli anni Novanta: quando in enologia iniziamo a eccedere con le tecniche, ci allontaniamo dal territorio, ci allontaniamo dall’identità del vitigno.
Quindi come ieri si è ecceduto sul legno, oggi si eccede sulle macerazioni?
Esatto. Abbiamo usato troppo legno, abbiamo ecceduto sulle macerazioni, poi c’è stato l’eccesso del grappolo intero. Siamo andati un po’ troppo oltre. Nel vino questi elementi devono ragionare insieme, come un’orchestra.

La cantina – Foto Sonia Ricci
Il vino resta un mondo molto maschile. E da donna farsi strada in una regione come la Sicilia, non è semplicissimo. Lei ha dovuto dimostrare più degli altri?
Sì, credo di aver dovuto dimostrare più degli altri. Ma questo in parte mi ha attivato, mi ha spinto a voler approfondire il mio mestiere per dimostrare di saperlo fare bene.
Ha dovuto dimostrare di saperlo fare come un uomo.
Sicuramente non è semplice perché all’inizio vuoi un po’ gridare le tue capacità, la tua competenza che gli altri non percepiscono. Ci ho messo dieci vendemmie per avere credibilità.
Oggi è cambiato qualcosa? Lo vede anche nelle sue colleghe?
Ci sono sicuramente più donne rispetto al passato, però mi piacerebbe che avessero più peso sull’aspetto produttivo, e non solo nell’amministrazione, nella logistica, la comunicazione e il marketing.
Le donne, ancora oggi, sono collocate soprattutto in questi ruoli.
Sì nel nostro mondo è ancora così. Entrare nel mondo produttivo significa avere a che fare ogni giorno con degli uomini in campagna, con i trattoristi, insomma soprattutto uomini, che a volte hanno anche le loro strutture e sovrastrutture.

L’archivio dei vini – Foto Sonia Ricci
Quindi?
Quindi quando hai a che fare con tanti uomini per farti sentire devi mostrare molta grinta. Quando sei più giovane e hai meno strumenti, provi a farti sentire anche alzando po’ la voce.
Associazioni e denominazioni, però, sul fronte femminile restano indietro. I presidenti delle maggiori associazioni sono uomini, i presidenti delle denominazioni sono uomini.
Le donne sono più presenti nelle denominazioni più piccole, come il Cerasuolo. Io ho fatto la vicepresidente del Consorzio e sono stata presidente della Strada del vino del mio territorio.
Farebbe la presidente del suo Consorzio?
È un ruolo è molto legato anche all’aspetto burocratico, perché di fatto all’interno del consorzio c’è anche la tutela, e la tutela passa attraverso degli adempimenti. È una parte che mi appartiene meno.
Lo farebbe o no?
Sicuramente, l’aspetto che mi interessa di più è quello dello sviluppo di una denominazione. Potrei fare il presidente solo nel momento in cui vedo che i miei colleghi hanno voglia di investire.

Le vigne di Frappato – Foto Sonia Ricci
Investire come?
Non parlo delle semplici quote, ma di un investimento imprenditoriale. Nelle denominazioni più piccole c’è bisogno di una presa di posizione, c’è necessità di decidere di volerle far funzionare bene le cose. Sono stata promotrice di un nuovo percorso di comunicazione all’interno del Consorzio del Cerasuolo di Vittoria, inizieremo un percorso nuovo per valorizzare la nostra identità.
In questi vent’anni, quali errori ha commesso?
Tantissimi. Ma l’errore devi attraversarlo, devi utilizzarlo. Ho iniziato a fare vino a 21 anni, ho fatto errori anche di gestione della squadra. Però oggi sicuramente, dopo vent’anni, sono migliorata grazie a questi.
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