È intervenuta la scomunica.
Si è dichiarato «sionista» e contrario all’(ab)uso del termine «genocidio» per Gaza.
E quindi la fatwa lo colga!
«Ma non è censura», macché: «Gli abbiamo proposto una diversa collocazione» hanno annunciato gli organizzatori (avrebbe potuto parlare, chissà, nel cuore della notte, in qualche quartiere periferico, per «evitare di connotare ideologicamente la manifestazione», anche se c’è da chiedersi: se la prolusione fosse stata assegnata a Tomaso Montanari o a Francesca Albanese, scommettiamo che il loro – libero e legittimo – punto di vista non avrebbe «disturbato» il profilo della kermesse?).
De Luca ce li ha mandati: «È il festival che si è escluso da me, meglio così: mi risparmio la trasferta».
All’anagrafe Enrico. Negli anni degli «opposti estremisti», uno dei non pochi «cattivi maestri», i pifferai di Hamelin de «la meglio gioventù», la sinistra extraparlamentare dura e pura.
Erri. Versione italiana di Harry, il nome dello zio.
Da Harry ti presento Sally a «Erri, ti presento Inès de la Fressange» è un attimo.
Insieme – il napoletano già rivoluzionario barricadero, e la francese già modella musa di Karl Lagerfeld, stilista, imprenditrice – hanno pubblicato L’età sperimentale (Feltrinelli, 2024), divagazioni sulla vecchiaia.
Lei, classe 1957: «Vecchio è quando capisci che le persone che sembrano vecchie hanno la tua stessa età».
Lui, classe 1950: «Considero questo il mio tempo migliore, in cui sono più lucido, preciso, calmo».
Non è stato sempre così «zen».
La sua militanza è stata tutta una «lotta continua». Quando a 18 anni sbarca nella Capitale aderisce al Gaos, il Gruppo di agitazione operai e studenti, che confluirà nella nascente Lotta Continua.
Formazione politica di cui diventerà un dirigente di primo piano, come responsabile del servizio d’ordine sulla piazza di Roma.
Non pentito: «Ho fatto la cosa giusta insieme alla maggioranza della mia generazione, esponendomi e pagandone le conseguenze», ipse dixit nel film documentario basato sul libro di Aldo Cazzullo I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, Mondadori 1998.
«Hai fatto qualcosa che se ti avessero beccato ti avrebbe portato in galera?», gli ha chiesto Claudio Sabelli Fioretti il 9 settembre 2004 per Sette, il magazine del Corriere della sera.
«Come tutti. Abbiamo condiviso il peggio di quel tempo. Non piace ai reduci che io definisca Lc, Lotta continua, un organismo rivoluzionario. O che dica: “Ognuno di noi avrebbe potuto uccidere il commissario Luigi Calabresi”».
E chi sarebbero coloro che si dissociano «dalla loro storia, dalla loro evidenza»?
Sabelli Fioretti, volendo inzigare, butta giù una compilation: «Andrea Marcenaro, Claudio Rinaldi, Paolo Liguori, Gad Lerner, Toni Capuozzo, Ninì Briglia, Giorgio Pietrostefani, Adriano Sofri, Lidia Ravera, Mario Deaglio…».
De Luca: «Li perseguito ricordandogli i dettagli, gli guasto qualche momento di digestione, tanto poi gli passa subito». E comunque «Paolo Liguori, detto Straccio, era un bravissimo capo, uno a cui piaceva parlare e che ci sapeva fare. Era ambizioso e Lc lo mortificò. Venne a Roma Pietrostefani (che era il peggiore di tutti, come persona e come atti, non mi è mai piaciuto e gliel’ho sempre detto in faccia) e lo sbatté a fare il volantinaggio davanti all’Alfa Sud di Secondigliano».
Parentesi. Sofri (De Luca: «Non sono più in buoni rapporti con lui da molto tempo»), Pietrostefani e Ovidio Bompressi («siamo stati amici per la pelle») sono stati condannati per l’omicidio di Calabresi.
«Erri, tu sai chi l’ha ammazzato?».
«Preferisco non rispondere. Non mi sento libero di parlare di questo».
Chiusa parentesi.
A Bompressi, in un carteggio pubblicato da Micromega nel 1995, rinfaccerà: «Tu sei estraneo. Ma non sei innocente». Perché «nessuno di noi lo era, siamo tutti corresponsabili».
Soprattutto: niente autoassoluzioni in nome del clima socio-politico.
«Sono contrario alla giustificazione del contesto, è come se gli atti che ho compiuto me li avessero fatti fare gli altri. No: le mie azioni erano frutto di una piena consapevolezza». Uscito dal movimento nel 1976, quando Lc si sciolse (lui era contrario: «fu diserzione»), si arrabatterà facendo mille mestieri.
Operaio. Muratore. Giornalista. Saggista. Poeta. Traduttore.
Studioso dell’ebraismo, poliglotta, ha imparato l’ yiddish e l’ebraico antico («è stata la solitudine ad avvicinarmi a questa lingua»), insieme al russo e lo swahili.
A suo agio con il vernacolo partenopeo. «È la mia lingua madre. È una lingua svelta, che risparmia tempo e spazio. Abbiamo conquistato il record mondiale della brevità con l’infinito del verbo andare: i’, una vocale appena. Io l’ho imparata da bambino, quando in famiglia di sera leggevamo a voce alta le commedie di Eduardo De Filippo e le poesie di Salvatore Di Giacomo», altro che «Carosello!, e poi tutti a nanna».
De Filippo. Con cui De Luca avrebbe avuto una certa qual rassomiglianza.
Tanto da legittimare un atroce sospetto.
Nell’agguato delle Brigate Rosse in via Fani a Roma – scorta massacrata, Aldo Moro sequestrato – più di una testimonianza oculare attestò la partecipazione anche di due individui, mai identificati, su una moto Honda, uno dei quali «pur essendo giovane, ricordava in modo impressionante Eduardo De Filippo» (la deposizione è agli atti della Commissione Moro, VIII legislatura, volume XLI, pag. 403).
Non basta: il 28 marzo 1978, 12 giorni il rapimento, il Sismi, cioè il servizio segreto militare, segnalò (l’appunto è del suo capo, il generale Giuseppe Santovito, tessera n. 527 della Loggia P2) che «una fonte aveva riferito di aver visto subito dopo l’eccidio in via Fani un giovane dalle caratteristiche identiche a quelle di Henry (sic) De Luca, già da tempo ritenuto «elemento irregolare» delle Br».
Ma «la precoce annotazione, evidentemente infondata, cadde nel vuoto» (così Miguel Gotor, L’Italia nel Novecento, Einaudi 2019).
«Io sono numeroso» ha rivendicato lui più di vent’anni fa, scimmiottando un po’ il «Contengo moltitudini» di Walt Whitman, oggi ultra citato ma solo perché l’ha evocato Francesco De Gregori.
Entrambi, Erri e il Principe dello spartito, accomunati nell’ultima settimana dalla stessa sorte: la condanna al rogo per le loro riflessioni eterodosse e «fuori linea» su Israele, Gaza e l’impegno ostentato sul palco, la forma più comoda e confortevole di esibizionismo etico.
Però, a ben guardare: che nemesi, per De Luca.
Diventare la vittima di un pre-giudizio ideologico, dopo aver militato in un movimento che voleva processare gli avversari davanti al «tribunale del popolo», perché nemici del medesimo.
Un bell’ambientino «completamente dentro all’illegalità: Lc era tutta illegale, l’illegalità era la pratica diffusa» ha ricordato, con la civetteria di un acculturato Andy Warhol, sempre a Sabelli.
Tutta l’attività di Lc era «fuori legge»: «Proteggere i compagni latitanti, scontrarsi con la polizia, fabbricare bottiglie molotov».
E naturalmente girare con il «ferro» in tasca: «Avevamo le pistole, facevano parte della necessità della presenza in piazza contro i fascisti e nei cortei. Dopo il 1975 è diventata pratica comune».
Ma non erano mica tutti armati, no: «Solo quelli autorizzati», ah, beh…
Salito a Torino per fare l’operaio alla Fiat, dove rimase fino alla marcia dei 40.000 (la maggioranza silenziosa di operai e dirigenti che affossò l’occupazione della fabbrica di Mirafiori, durata 37 giorni), passò poi in Francia, quindi in Africa come volontario non credente in un’organizzazione cattolica.
Poi traslocò a Sigonella, dove fu facchino per una ditta che lavorava con gli americani della base militare, quindi in cantiere a Milano, di nuovo a Roma in una cooperativa, «ero un manovale, sturavo le fogne» (così a Silvana Mazzocchi di Repubblica, 29 luglio 2012), infine autista di convogli umanitari in Bosnia.
Il primo settembre 2013, lo scapigliato «rosso» che fu, improvvisamente si risvegliò. Per commentare, con Laura Eduati dell’HuffPost, le accuse del procuratore Giancarlo Caselli agli intellettuali che a sinistra «sottovalutano pericolosamente l’allarme terrorismo» in Val di Susa.
De Luca non solo si schierò con i No Tav, ma inneggiò: «La Tav va fermata, sabotaggi e vandalismi sono necessari perché è un’opera devastante, nociva e inutile».
Per queste frasi finirà sul banco degli imputati, accusato di istigazione a delinquere.
Ma nel 2016 il tribunale di Torino lo assolverà con formula piena.
«Il fatto non sussiste»: talune prese di posizione sono sanzionabili solo se creano un effettivo e concreto pericolo per l’ordine pubblico.
Altrimenti ricadono nel perimetro della libertà di espressione.
Per sua fortuna, a processarlo è stata la giustizia borghese. Nella democrazia popolare vagheggiata da Lc, la sua dissidenza sarebbe stata bollata come controrivoluzionaria.
Non credo che in quel caso gli sarebbe andata altrettanto bene.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Carlo Pelanda
Source link






