Accordo Usa-Iran, la tregua di Islamabad ferma la guerra ma non cancella il pericolo – JUORNO.it / IL GIORNO


Il memorandum di Islamabad è il primo passo concreto verso la fine del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Ma sarebbe un errore leggerlo come una pace compiuta. L’intesa ferma l’escalation, riapre la prospettiva della navigazione nello Stretto di Hormuz e allenta la pressione sui mercati energetici. Tuttavia lascia intatti molti dei nodi che hanno portato la crisi sull’orlo di una guerra regionale.

La pericolosità di quanto sta accadendo sta proprio qui: il mondo si abitua a considerare normale che uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta possa essere chiuso, minato, militarizzato e poi riaperto attraverso un accordo d’emergenza. Tutto questo avviene senza una vera assunzione pubblica di responsabilità e senza denunce politiche proporzionate alla gravità dei fatti.

Hormuz non è solo uno stretto, è una leva globale

Hormuz non è un punto qualsiasi sulle carte nautiche. È una delle arterie energetiche del mondo. La sua chiusura, anche parziale, significa tensione sui prezzi del petrolio, rischio per le forniture, aumento dei costi industriali e paura sui mercati.

Il fatto che la riapertura dello stretto sia diventata una moneta negoziale mostra quanto fragile sia l’ordine internazionale. Mine, blocchi navali e minacce ai traffici commerciali non riguardano soltanto Iran, Stati Uniti o Paesi del Golfo. Riguardano direttamente Europa, Asia, industrie, famiglie, trasporti e sicurezza energetica.

Trump rivendica il successo, ma il nucleare resta aperto

Per Donald Trump l’accordo è un risultato politico importante. Il presidente americano può rivendicare la riapertura di Hormuz e presentare la tregua come la prova della propria capacità negoziale. Alla vigilia delle elezioni di midterm, la guerra rischiava di diventare un boomerang, tra instabilità internazionale, aumento dei prezzi dell’energia e divisioni interne.

Ma il punto decisivo resta irrisolto. Il programma nucleare iraniano non è stato smantellato e sarà al centro dei difficili colloqui previsti nei prossimi 60 giorni. Teheran conserva uranio arricchito, capacità missilistiche e una struttura militare ancora rilevante. Per questo l’accordo è forte nel fermare il conflitto, ma fragile nel costruire una pace duratura.

Teheran non esce sconfitta

La Repubblica islamica ha subito danni militari e perdite ai vertici, ma non appare piegata. Il regime resta in piedi, incassa aperture diplomatiche, punta a un possibile alleggerimento delle sanzioni e continua a presentarsi come attore centrale nella sicurezza del Golfo.

È un passaggio delicatissimo. Se dopo settimane di guerra, attacchi, minacce e blocchi marittimi il risultato è il riconoscimento di un nuovo spazio negoziale per Teheran, il messaggio geopolitico è chiaro: la pressione militare non ha prodotto una resa, ma una trattativa.

Anche qui emerge il nodo delle mancate denunce. La comunità internazionale sembra limitarsi a registrare l’equilibrio raggiunto, senza affrontare fino in fondo la gravità di un conflitto che ha messo a rischio rotte commerciali, civili e sicurezza globale.

Israele perde margine d’azione

Per Israele il memorandum è una sconfitta strategica. Benjamin Netanyahu aveva puntato su una campagna militare capace di indebolire in modo strutturale l’Iran e la sua rete regionale. L’accordo, invece, congela la crisi e rimette Teheran al tavolo.

Il cessate il fuoco in Libano limita inoltre la libertà d’azione dell’Idf contro Hezbollah. È un punto decisivo, perché proprio il fronte libanese può diventare il primo detonatore di una nuova escalation. Se la tregua regge, il Medio Oriente respira. Se salta, l’intero accordo rischia di crollare.

Pakistan e Qatar diventano mediatori centrali

Pakistan e Qatar escono rafforzati dall’intesa. Islamabad e Doha hanno svolto un ruolo di mediazione determinante, facilitando il dialogo tra Washington e Teheran e costruendo un canale politico che l’Occidente da solo non era riuscito a tenere aperto.

È un dato geopolitico rilevante. La diplomazia del Golfo e del mondo musulmano diventa sempre più centrale nei conflitti mediorientali, mentre gli equilibri tradizionali guidati da Stati Uniti ed Europa appaiono meno autosufficienti.

L’Europa marginale, ma esposta alle conseguenze

L’Europa è rimasta ai margini della trattativa, pur essendo tra i soggetti più esposti alle conseguenze economiche e strategiche della crisi. Il Vecchio Continente dipende dalla stabilità dei traffici, dalla sicurezza energetica e dalla libertà di navigazione.

Ora può provare a rientrare nella partita attraverso una missione internazionale a tutela dei traffici nello Stretto di Hormuz. Ma il dato politico resta: l’Europa subisce gli effetti della crisi più di quanto riesca a orientarne la soluzione.

I mercati festeggiano, ma la normalità è lontana

La riapertura di Hormuz ha prodotto un immediato sollievo sui mercati e un calo del prezzo del petrolio. La finanza internazionale ha accolto l’accordo come una riduzione del rischio sistemico.

Ma la normalità richiederà tempo. La sicurezza dello stretto, l’eventuale bonifica degli ordigni, la ripresa piena delle rotte commerciali e il ritorno della fiducia degli armatori non sono passaggi automatici. Un accordo politico può fermare i combattimenti, ma non cancella in poche ore le conseguenze materiali e psicologiche della guerra.

Il vero allarme è l’assuefazione alla crisi

Il punto più inquietante è l’assuefazione. Si discute di vincitori e sconfitti, di petrolio e borse, di vantaggi elettorali e prestigio diplomatico. Ma resta sullo sfondo la domanda più grave: com’è possibile che la minaccia a una rotta vitale del commercio mondiale, il rischio di mine in mare, i bombardamenti e l’allargamento del conflitto vengano trattati quasi come strumenti ordinari di pressione negoziale?

L’assenza di denunce forti, chiare e condivise rende il quadro ancora più pericoloso. Perché se il diritto internazionale viene piegato alla logica dell’emergenza e della forza, ogni crisi futura potrà ripartire dallo stesso punto: bloccare una rotta, alzare il prezzo del rischio, costringere il mondo a negoziare sotto ricatto.

Una pace fragile dentro un ordine mondiale più debole

Il memorandum di Islamabad è importante perché ferma una guerra e apre uno spazio diplomatico. Ma non basta a rassicurare. Il nucleare iraniano resta aperto, Israele è irritato, Hezbollah resta un fattore di instabilità, Hormuz rimane vulnerabile e l’Europa appare laterale.

È una tregua utile, forse necessaria, ma costruita dentro un ordine internazionale sempre più fragile. La pace, se arriverà, non dipenderà soltanto dalle firme. Dipenderà dalla capacità di impedire che la minaccia militare, il ricatto energetico e la violazione della sicurezza marittima diventino strumenti accettati della politica globale.


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 Aurora Russo

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