È morto Camillo Ruini, il cardinale che segnò la Chiesa italiana dopo la Dc – JUORNO.it / IL GIORNO


ChatGPT Plus

Il boss Antonio Marigliano, elemento di vertice del clan Formicola, è stato scarcerato per decorrenza dei termini di custodia. Dopo la condanna a 15 anni e mezzo di reclusione dell’aprile del 2025, con gli avvocati Salvatore Impradice e Stefano Montone, Marigliano, lo scorso 8 giugno, ha ottenuto una importante riduzione della pena, rideterminata dalla Corte di Appello in 4 anni e 6 mesi di reclusione. A Marigliano vennero contestati gravi reati come l’associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico e l’omicidio, accuse ipotizzate sulla base di indagini che si sono avvalse di intercettazioni e dichiarazioni rese agli inquirenti da diversi collaboratori di giustizia

Titolo SEO
Boss del clan Formicola scarcerato: Antonio Marigliano torna libero dopo la riduzione della pena
Parole chiave SEO: Antonio Marigliano, clan Formicola, scarcerazione, Corte d’Appello, narcotraffico, cronaca giudiziaria, Napoli, collaboratori di giustizia, processo clan Formicola

Riassunto SEO: Antonio Marigliano, ritenuto dagli inquirenti elemento di vertice del clan Formicola, è stato scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare dopo che la Corte d’Appello ha rideterminato la pena da 15 anni e mezzo a 4 anni e 6 mesi di reclusione.

Suggerimento immagine: Foto del Tribunale di Napoli o del Palazzo di Giustizia con immagine simbolica della bilancia della giustizia e delle forze dell’ordine.

Boss del clan Formicola scarcerato: Antonio Marigliano torna libero dopo la riduzione della pena
Una decisione della Corte d’Appello ha portato alla scarcerazione di Antonio Marigliano, ritenuto dagli investigatori figura apicale del clan Formicola, organizzazione criminale operante nell’area orientale di Napoli. Marigliano è tornato in libertà per decorrenza dei termini di custodia dopo una significativa rideterminazione della pena inflitta nei suoi confronti.
La riduzione della pena in Appello
Assistito dagli avvocati Salvatore Impradice e Stefano Montone, Marigliano aveva riportato nell’aprile 2025 una condanna a 15 anni e 6 mesi di reclusione. Lo scorso 8 giugno, però, la Corte d’Appello ha rivisto il trattamento sanzionatorio, riducendo la pena a 4 anni e 6 mesi di reclusione.
La nuova quantificazione della pena ha avuto effetti immediati sulla posizione detentiva dell’imputato, determinando la sua scarcerazione per decorrenza dei termini previsti dalla legge.

Le accuse contestate nel procedimento
Nel procedimento giudiziario a carico di Marigliano erano stati contestati reati particolarmente gravi, tra cui l’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e l’omicidio.
Le contestazioni formulate dagli inquirenti si fondavano su una complessa attività investigativa sviluppata attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, oltre che sulle dichiarazioni rese da diversi collaboratori di giustizia.

Il principio della presunzione di innocenza
La vicenda si inserisce nell’ambito di un procedimento giudiziario complesso che ha riguardato presunti assetti criminali e attività illecite attribuite al clan Formicola. Come previsto dall’ordinamento italiano, resta fermo il principio della presunzione di innocenza fino all’eventuale definitività delle decisioni giudiziarie.
La rideterminazione della pena da parte della Corte d’Appello rappresenta uno degli sviluppi più rilevanti del procedimento e ha inciso direttamente sulla posizione personale di Antonio Marigliano, determinandone il ritorno in libertà.

L’argentino Lionel Messi è diventato a 38 anni il primo giocatore nella storia a partecipare a un sesto Mondiale di calcio, scendendo in campo dal primo minuto nella partita contro l’Algeria valida per il torneo 2026 e in corso a Kansas City. Dopo Messi un altro gigante del calcio, Cristiano Ronaldo, si appresta a fare lo stesso con il Portogallo, che affronterà la Repubblica democratica del Congo stasera a Houston.

Titolo SEO
Messi nella storia: primo calciatore a giocare sei Mondiali, ora tocca a Cristiano Ronaldo
Parole chiave SEO: Lionel Messi, sei Mondiali, Cristiano Ronaldo, Mondiali 2026, Argentina Algeria, Portogallo Congo, record Messi, calcio mondiale

Riassunto SEO
Lionel Messi entra nella leggenda del calcio mondiale diventando il primo giocatore della storia a disputare sei edizioni della Coppa del Mondo. Il fuoriclasse argentino ha raggiunto il traguardo nella sfida contro l’Algeria ai Mondiali 2026. Anche Cristiano Ronaldo è pronto a eguagliare il record con il Portogallo.

Suggerimento immagine
Foto d’agenzia di Lionel Messi con la maglia dell’Argentina durante la partita contro l’Algeria, oppure immagine che accosti Messi e Cristiano Ronaldo con le rispettive nazionali.

Messi nella storia: primo calciatore a giocare sei Mondiali, ora tocca a Cristiano Ronaldo
C’è un nuovo record che porta la firma di Lionel Messi. A 38 anni il capitano dell’Argentina ha scritto un’altra pagina della storia del calcio mondiale diventando il primo giocatore di sempre a prendere parte a sei edizioni della Coppa del Mondo.
Il fuoriclasse argentino è sceso in campo dal primo minuto nella sfida contro l’Algeria, valida per il Mondiale 2026, raggiungendo un traguardo che nessun altro calciatore era riuscito a conquistare nella storia della competizione più prestigiosa del calcio internazionale.

Un primato costruito in vent’anni di carriera
Dal debutto mondiale in Germania nel 2006 fino al torneo disputato tra Stati Uniti, Canada e Messico nel 2026, Messi ha attraversato due decenni di calcio ai massimi livelli. Un percorso straordinario che lo ha visto protagonista di sei edizioni consecutive della Coppa del Mondo, culminate con il trionfo in Qatar nel 2022.
Il record testimonia non soltanto la longevità agonistica del campione argentino, ma anche la sua capacità di restare competitivo ai massimi livelli nonostante il passare degli anni.

Cristiano Ronaldo pronto a raggiungerlo
La storia potrebbe però avere già nelle prossime ore un altro protagonista. Cristiano Ronaldo, altro gigante del calcio mondiale e storico rivale di Messi, è infatti atteso con il Portogallo nella sfida contro la Repubblica Democratica del Congo in programma a Houston.
Se il fuoriclasse portoghese scenderà in campo, raggiungerà anch’egli il traguardo delle sei partecipazioni ai Mondiali, entrando insieme a Messi in una dimensione mai esplorata prima da nessun calciatore.

L’ultima sfida dei due fuoriclasse
Messi e Ronaldo continuano così ad alimentare una rivalità che ha segnato un’epoca. Per quasi vent’anni i due campioni hanno monopolizzato premi individuali, record e successi, dividendo tifosi e appassionati in tutto il mondo.
Ora, alla soglia dei quarant’anni, i due fuoriclasse aggiungono un altro capitolo alla loro leggenda: quello della straordinaria longevità. Un primato che conferma come Lionel Messi e Cristiano Ronaldo abbiano ridefinito i limiti della carriera di un calciatore moderno, trasformandosi in autentiche icone dello sport mondiale.

Titolo SEO
Sean Penn porta al cinema l’assalto a Capitol Hill: Bradley Cooper sarà un poliziotto del 6 gennaio
Parole chiave SEO: Sean Penn, Bradley Cooper, Capitol Hill, 6 gennaio 2021, Donald Trump, Congresso Usa, Warner Bros, film Capitol Hill, Joe Biden

Riassunto SEO
Sean Penn dirigerà un film dedicato all’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. La pellicola, prodotta da Warner Bros, dovrebbe avere Bradley Cooper nel ruolo di un agente di polizia coinvolto negli scontri che segnarono una delle giornate più controverse della storia politica americana recente.

Suggerimento immagine
Foto d’agenzia di Sean Penn e Bradley Cooper accostata a un’immagine simbolica del Campidoglio degli Stati Uniti.

Sean Penn porta al cinema l’assalto a Capitol Hill: Bradley Cooper sarà un poliziotto del 6 gennaio
Una delle vicende più drammatiche e divisive della storia americana contemporanea si prepara a diventare un film. Sean Penn, attore, regista e vincitore di tre Premi Oscar, dirigerà una pellicola dedicata all’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, quando migliaia di sostenitori di Donald Trump fecero irruzione nel Congresso degli Stati Uniti durante la certificazione della vittoria elettorale di Joe Biden.
Secondo quanto anticipato dal sito specializzato Deadline, il progetto dovrebbe vedere Bradley Cooper nel ruolo di un agente di polizia coinvolto negli scontri che caratterizzarono quella giornata. Le riprese sarebbero previste nel corso del prossimo anno e la produzione sarà affidata alla Warner Bros.

Un film su una giornata che ha segnato la storia americana
L’assalto al Campidoglio rappresenta uno degli eventi più controversi e traumatici della politica statunitense del XXI secolo. Migliaia di manifestanti entrarono nell’edificio del Congresso nel tentativo di interrompere la procedura formale che avrebbe certificato la vittoria di Joe Biden nelle elezioni presidenziali del 2020.
Gli scontri provocarono feriti tra le forze dell’ordine e i manifestanti e portarono all’apertura di numerose indagini federali, oltre a una lunga serie di procedimenti giudiziari che hanno coinvolto centinaia di persone.

Bradley Cooper nel ruolo di un agente di polizia
Al centro della narrazione dovrebbe esserci la prospettiva di un poliziotto impegnato nella difesa del Campidoglio durante le ore dell’assalto. Per interpretare il protagonista sarebbe stato scelto Bradley Cooper, uno degli attori più apprezzati di Hollywood degli ultimi anni.
La scelta sembra coerente con l’attenzione che Sean Penn ha più volte mostrato nei confronti delle testimonianze degli agenti coinvolti negli eventi del 6 gennaio.

L’impegno civile di Sean Penn
Penn, da sempre noto per le sue posizioni progressiste e per il suo attivismo politico e sociale, ha seguito da vicino le indagini e le audizioni parlamentari dedicate all’assalto. In diverse occasioni ha partecipato alle udienze pubbliche accanto ad agenti di polizia coinvolti negli scontri, tra cui Michael Fanone e Daniel Hodges, diventati simboli della resistenza delle forze dell’ordine durante l’irruzione.
Il regista ha firmato personalmente anche la sceneggiatura del film, confermando la volontà di affrontare direttamente una vicenda che continua a dividere l’opinione pubblica americana.

Una ferita ancora aperta nella politica statunitense
L’assalto del 6 gennaio resta un tema fortemente polarizzante negli Stati Uniti. Donald Trump continua a sostenere di essere stato privato della vittoria elettorale del 2020, una tesi che non è stata riconosciuta dai tribunali e dalle autorità elettorali competenti.
Nel corso degli anni successivi, il presidente ha più volte definito “patrioti” molti dei partecipanti all’assalto e ha adottato provvedimenti di clemenza nei confronti di alcune persone coinvolte nei fatti di Capitol Hill.

L’annuncio del film di Sean Penn riporta così sotto i riflettori una vicenda che, a oltre cinque anni di distanza, continua a rappresentare uno dei capitoli più discussi della recente storia politica degli Stati Uniti.

“Sinceramente non credo che siamo già lanciati, ma è sempre importante iniziare bene la competizione. Dà un po’ di tranquillità in più, per quanto possa essere tranquillo un mondiale. Abbiamo visto le difficoltà delle altre squadre, oggi non era una partita facile ma sappiamo di poter fare la differenza in qualsiasi momento”. Così Kylian Mbappé dopo la vittoria della Francia contro il Senegal, in cui è stato autore di una doppietta. “Non c’è vendetta verso chi mi critica – ha risposto alla domanda di una giornalista – se dovessi giocare per loro e per farli tacere dovrei stare in campo fino a 80 anni. Gioco per fare la storia e per il mio Paese, e per assicurarmi che la mia squadra sia in finale e vinca la Coppa del mondo. Adesso dobbiamo rimanere molto freddi, con l’Iraq dovremo vincere per qualificarci”.

Titolo SEO
Mbappé trascina la Francia e avverte tutti: “Gioco per fare la storia e vincere il Mondiale”
Parole chiave SEO: Kylian Mbappé, Francia Senegal, Mondiali 2026, doppietta Mbappé, Francia Mondiale, Iraq Francia, Coppa del Mondo

Riassunto SEO
Kylian Mbappé firma una doppietta nella vittoria della Francia contro il Senegal e guarda già alla prossima sfida con l’Iraq. Il capitano francese respinge le critiche e rilancia l’obiettivo: fare la storia con la nazionale e vincere la Coppa del Mondo.

Suggerimento immagine
Foto d’agenzia di Kylian Mbappé in maglia Francia mentre esulta dopo un gol al Mondiale.

Mbappé trascina la Francia e avverte tutti: “Gioco per fare la storia e vincere il Mondiale”
La Francia parte forte e lo fa nel nome di Kylian Mbappé. Il capitano dei Bleus ha firmato una doppietta nella vittoria contro il Senegal, dando subito peso e direzione al cammino francese nel Mondiale 2026. Un successo importante, ma non ancora sufficiente per sentirsi arrivati.
Mbappé lo sa bene e, nel dopo partita, ha scelto parole misurate. Nessun trionfalismo, nessuna celebrazione anticipata. Solo la consapevolezza di una squadra che ha qualità per incidere in ogni momento, ma che deve ancora costruire il proprio percorso.

La doppietta che lancia la Francia
La vittoria contro il Senegal consegna alla Francia tre punti pesanti e una partenza incoraggiante in un torneo che ha già mostrato insidie per molte big. Mbappé ha sottolineato proprio questo aspetto, ricordando le difficoltà incontrate da altre nazionali e la necessità di affrontare ogni partita con la massima attenzione.
Per il fuoriclasse francese, iniziare bene dà maggiore serenità, anche se in un Mondiale la tranquillità resta sempre relativa. La Francia ha superato un ostacolo non semplice e ha confermato di poter fare la differenza nei momenti decisivi.

“Non gioco per far tacere le critiche”
A chi gli ha chiesto se la prestazione fosse una risposta ai critici, Mbappé ha replicato senza cercare lo scontro. Nessuna vendetta, nessun conto personale da regolare. Il suo obiettivo, ha spiegato, non è giocare per chi lo critica, ma per qualcosa di più grande.
“Gioco per fare la storia e per il mio Paese”, ha detto il capitano francese, chiarendo che la sua ambizione è portare la Francia il più lontano possibile, fino alla finale e alla conquista della Coppa del Mondo.

Obiettivo Iraq per chiudere la qualificazione
Archiviato il successo contro il Senegal, lo sguardo della Francia è già rivolto alla prossima partita contro l’Iraq. Mbappé ha invitato la squadra a restare fredda, concentrata e concreta.
La sfida con l’Iraq può diventare decisiva per la qualificazione alla fase successiva. Per questo il messaggio del capitano è chiaro: la Francia ha iniziato bene, ma il Mondiale è appena cominciato.

Sedici anni alla guida della Conferenza episcopale italiana, dal 1991, incarico che ha ricoperto insieme a quello di Vicario per il Papa di Roma. Sono anni chiave per la politica italiana e la Chiesa svolge un ruolo di primo piano. In particolare lo svolge proprio Camillo Ruini, classe 1931, una delle figure più eminenti nella storia della Chiesa italiana. Il termine ‘ruinismo’ entra nel 2008 nella Treccani, a segnare l’impronta che lasciò nella gestione della Conferenza episcopale italiana. Era nato a Sassuolo, in provincia di Modena e diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, il 19 febbraio 1931. Aveva compiuto gli studi filosofici e teologici a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, come alunno dell’Almo Collegio Capranica, conseguendo la licenza in filosofia e teologia ed era stato poi ordinato sacerdote l’8 dicembre del 1954. Diventa vescovo nel 1983 e solo tre anni dopo Giovanni Paolo II lo chiama a ricoprire il ruolo di segretario generale della Cei, della quale diverrà presidente nel ’91. E’ la sua guida a rafforzare il ruolo dei cattolici dopo il tramonto del vecchio partito di rappresentanza, la Dc. Dopo essere stato tra i più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II, che lo volle appunto presidente della Cei e suo vicario per Roma al termine dell’era-Poletti, e dopo essere stato uno dei grandi elettori di Joseph Ratzinger come nuovo Papa, Ruini è rimasto comunque un punto di riferimento nel Collegio cardinalizio, e ancor più nella Chiesa italiana, dove l’eredità della sua leadership e la stessa corrente dei ‘ruiniani’ ha rappresentato anche negli anni successivi una anima essenziale della Chiesa italiana. Di fatto Ruini non si era mai ritirato del tutto, ricevendo vescovi, sacerdoti ma anche giornalisti. Quando la salute glielo consentiva ha partecipato, anche recentemente, alle celebrazioni del Papa nella basilica di San Pietro. Il momento d’oro di Ruini restano comunque quei tre lustri alla guida della Chiesa italiana. Con i cattolici rimasti orfani della Dc, i vescovi, con lui alla guida, sono scesi in campo direttamente per difendere le proprie istanze; hanno lanciato l’offensiva dei valori contro la secolarizzazione del Paese, che ha messo i temi della vita e della bioetica al centro del confronto politico e culturale, che nel 2005, convincendo gli italiani a non votare, ha anche vinto clamorosamente la sfida dei referendum abrogativi della legge 40 sulla procreazione assistita. Sono gli anni della Chiesa ‘identitaria’ che ha visto però un cambio di rotta con l’avvento di Papa Francesco che ha sparigliato le carte della Chiesa italiana, nominando parroci e missionari ai vertici delle diocesi, e non tenendo conto più di quella storia secondo la quale alcune sedi italiane erano cardinalizie. La stessa Cei negli anni ha reimpostato il suo rapporto con i governi che si sono succeduti nel Paese. ‘Meglio criticati che irrilevanti’, era stata invece la reazione di Ruini, in un’intervista degli anni passati alle critiche di chi accusava la Chiesa di eccessiva ingerenza negli affari pubblici. Noti i suoi rapporti gelidi con Prodi premier, che pure aveva unito in matrimonio con Flavia Franzoni, ma di cui non accettò il proclama da ‘cattolico adulto’ in occasione proprio del referendum sulla Legge 40. I rapporti del card. Ruini con la destra, comunque, non sono mai stati di appoggio aperto, anche se in una intervista al Corriere della Sera di questi anni rivelò di non avere voluto appoggiare la richiesta dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro di far cadere Silvio Berlusconi. Nell’ultima intervista, a febbraio per i suoi 95 anni sempre al Corriere, aveva espresso un commento positivo sulla premier Giorgia Meloni. E su Leone XIV aveva commentato: ‘La mia impressione è ottima. Con Papa Francesco mi sono trovato in difficoltà’.

Paolo, imposto il pezzo con taglio da profilo politico-ecclesiale, mantenendo equilibrio: Ruini come figura storica della Chiesa italiana, senza trasformare l’articolo in un giudizio ideologico.
Ragionato per 8s
Ecco l’articolo in formato ARTICOLI JUORNO DEFINITIVI.
Ruini, il cardinale che guidò la Chiesa italiana nell’era dopo la Dc
Parole chiave SEO: Camillo Ruini, Chiesa italiana, Cei, ruinismo, Giovanni Paolo II, bioetica, legge 40, cattolici in politica
Riassunto SEO: Camillo Ruini è stato una delle figure più influenti della Chiesa italiana contemporanea. Presidente della Cei dal 1991, vicario del Papa per Roma e protagonista del rapporto tra cattolici e politica dopo la fine della Dc, ha lasciato un’impronta profonda nel dibattito pubblico italiano.

Suggerimento immagine: Foto d’agenzia del cardinale Camillo Ruini durante una celebrazione in Vaticano o un’immagine della basilica di San Pietro con taglio sobrio e istituzionale.

Ruini, il cardinale che guidò la Chiesa italiana nell’era dopo la Dc
Per oltre quindici anni Camillo Ruini è stato molto più del presidente della Conferenza episcopale italiana. È stato il volto pubblico di una Chiesa che, dopo il tramonto della Democrazia cristiana, scelse di non arretrare dal confronto politico e culturale del Paese. Una Chiesa identitaria, presente, spesso contestata, ma mai marginale.
Nato a Sassuolo il 19 febbraio 1931, Ruini è stato una delle figure più influenti del cattolicesimo italiano del Novecento e dei primi anni Duemila. Sacerdote dal 1954, vescovo dal 1983, fu chiamato da Giovanni Paolo II alla segreteria generale della Cei nel 1986. Cinque anni dopo ne divenne presidente, incarico che avrebbe ricoperto dal 1991 per sedici anni, insieme a quello di vicario del Papa per la diocesi di Roma.

Il peso della Cei dopo la fine della Dc
Gli anni della sua guida coincisero con una fase decisiva della storia italiana. La fine della Democrazia cristiana lasciò i cattolici senza il tradizionale partito di riferimento. In quel vuoto, la Cei guidata da Ruini assunse un ruolo centrale nel rapporto tra Chiesa, politica e società.
Fu in quella stagione che nacque il termine ruinismo, entrato nel 2008 anche nella Treccani, a indicare un modo preciso di intendere la presenza ecclesiale nello spazio pubblico: forte attenzione ai temi della vita, della famiglia, della bioetica e della secolarizzazione.

La stagione dei valori non negoziabili
Il momento più emblematico di quella linea fu il referendum del 2005 sulla legge 40 in materia di procreazione medicalmente assistita. La mobilitazione per l’astensione, sostenuta dalla Chiesa italiana, contribuì al mancato raggiungimento del quorum e segnò una delle vittorie più nette della strategia ruiniana.
Ruini rivendicò sempre la necessità di una Chiesa capace di incidere nel dibattito pubblico. A chi accusava la Cei di eccessiva ingerenza nella vita politica italiana, rispose con una formula rimasta celebre: “Meglio criticati che irrilevanti”.

Il rapporto con i Papi e con la politica
Ruini fu tra i collaboratori più stretti di Giovanni Paolo II, che lo volle alla guida della Cei e vicario per Roma dopo l’era Poletti. Fu anche considerato tra i grandi elettori di Joseph Ratzinger, diventato Papa Benedetto XVI.
Più complesso fu il rapporto con la stagione successiva. Con l’avvento di Papa Francesco, la Chiesa italiana cambiò sensibilmente passo, con una maggiore attenzione alle periferie, ai parroci, ai missionari e a una diversa idea di presenza pubblica. Lo stesso Ruini, nell’ultima intervista concessa per i suoi 95 anni, aveva ammesso di essersi trovato in difficoltà con Papa Francesco, mentre aveva espresso un giudizio positivo su Leone XIV.

Una figura mai davvero ritirata
Anche dopo la fine degli incarichi più rilevanti, Ruini non si è mai ritirato del tutto dalla vita ecclesiale. Ha continuato a ricevere vescovi, sacerdoti, giornalisti e interlocutori del mondo politico e culturale. Quando la salute glielo consentiva, partecipava ancora alle celebrazioni pontificie nella basilica di San Pietro.
La sua eredità resta una delle più discusse della Chiesa italiana contemporanea. Per alcuni Ruini ha garantito visibilità e forza al cattolicesimo in una fase di smarrimento politico. Per altri ha rappresentato una stagione di eccessiva esposizione ecclesiastica nello scontro pubblico.

In ogni caso, il suo nome resta legato a una fase cruciale della storia nazionale: quella in cui la Chiesa italiana, rimasta senza il grande partito cattolico, cercò una nuova forma di presenza nella società. E lo fece con una voce forte, riconoscibile, destinata a lasciare un segno profondo.

Olise inventa, Mbappe’ con una splendida doppietta fissa il risultato sul 3-1. La Francia regola il Senegal con la qualita’ dei suoi giocolieri d’attacco e conquistai primi tre punti di un mondiale complicato. Ma e’ vittoria a lungo sofferta perche’ nel primo tempo stenta, non trova la misura e consente agli africani di prendere un palo e di mangiarsi un’occasione ghiotta. Alla fine, dopo il raddoppio di Barcola, Mbaye regala il gol della bandiera ma nel recupero una prodezza di Mbappe’ fissa il 3-1 finale. Per Deschamps e’ un impatto positivo, molto meglio di quello di Brasile e Spagna. Ma la squadra e’ imballata all’inizio, va a sprazzi. Il cambio di marcia e’ merito della magistrale mezza punta del Bayern Monaco, uno dei protagonisti dell’annata della Champions League. A dargli una robusta mano e’ capitan Mbappe’ che segna il gol n. 57 e 58 in nazionale superando Giroud in testa alla classifica marcatori dei Bleus. E’ anche il gol n.14 ai mondiali e continua la rincorsa al record di Klose con 16, che e’ ormai nel mirino. Per il Senegal c’e’ il rammarico di non avere capitalizzato le occasioni del primo tempo. Buono l’apporto di Jackson, Camara mentre Koulibaly’ e Mane’ non sono all’altezza del loro passato. Tante le analogie tra Francia e Senegal, quasi a indicare una specie di derby. Dembele’ ha la madre senegalese, la squadra africana ha dieci giocatori nati in Francia. Tutte e due hanno i giocatori provenienti dai principali tornei europei. E il precedente mondiale e’ molto suggestivo per i Leoni della Teranga. All’esordio da campioni del mondo la Francia venne messa ko a Seul 2002 dal Senegal col gol di Diop su assist di Tiaw, l’attuale ct. Essere considerata tra le favorite del Mondiale pesa all’inizio sulla nazionale che Deschamps conduce per l’ultima volta (e’ pronto Zidane a prendere il suo posto) dopo 14 anni in grande spolvero. A East Rutheford c’e’ un avversario di prestigio: il Senegal dei grandi vecchi Koulibaly e Sane’ e’ sui livelli del Marocco, che ha bloccato il Brasile come conferma la finale della Coppa d’Africa vinta dal Senegal ma poi assegnato col 3-0 a tavolino al Marocco. Deschamps da’ libero sfogo ai suoi giocolieri cambiando le posizioni dei suoi gioielli per mettere a suo agio Mbappe’: il Pallone d’Oro Dembele’ giostra a destra (Al Psg e’ invece al centro), Doue’ a sinistra (con Luis Enrique parte a destra), Olise si muove al centro (mentre al Bayern e’ imprendibile sulla fascia). Ma nel primo tempo i giocolieri di Deschamps corrono a vuoto perche’ il Senegal oppone una difesa serrata e un centrocampo duttile e propositivo. E’ lunga la fase di studio (anche per l’handicap di giocare a 33 gradi) ma, a parte un buon Rabiot e le chiusure di Kounde’ e Upamecano, la Francia e’ poca cosa. Merito del Senegal che si oppone con qualita’ e parte in attacco senza timori reverenziali. Al 25′ Mbappe’ perde palla a centrocampo, Diouf serve Mane’ che scatena Jackson: spunto e tiro che colpisce il palo poi il pallone rotola sul polpaccio di Maignan. La seconda grossa occasione e’ al 50′: Mane’ supera Kounde’ e Sarr spreca malamente calciando alto. Nella ripresa pero’ si ripresenta in campo un’altra Francia. Sale in cattedra Olise, che comincia disegnare calcio creando un asse virtuoso con Mbappe’. Mendy si oppone pero’ bene all’offensiva degli europei salvando all’8′ su Olise e all’11’ su Mbappe’. Poi c’e’ un episodio molto controverso: al 13′ Mane’ stende Mbappe’ lanciato a rete, ma l’arbitro australiano Faghani nonostante l’intervento del Var fa proseguire. La Francia non si scompone e’ trova il meritato vantaggio al 20′: Olise serve un pallone illuminante in area per Mbappe’ che incrocia e angola bene. E stavolta Mendy deve raccogliere il pallone in rete. La partita prende una china sfavorevole al Senegal. Entra Barcola al posto di uno spento Dembele’ e mette in cassaforte la vittoria su assist di Rabiot. Poi Mbaye segna il gol del 2-1 ma Mbappe’ fissa il 3-1 alla fine con una grande giocata. Ora la Francia si battera’ con la Norvegia per mantenere il primo posto nel girone. (

Francia-Senegal 3-1, Mbappé da record trascina i Bleus: doppietta e vetta nel girone
Parole chiave SEO: Francia Senegal 3-1, Mbappé, Mondiali 2026, Olise, Deschamps, Francia Norvegia, Bleus, doppietta Mbappé
Riassunto SEO: La Francia supera 3-1 il Senegal nella gara d’esordio ai Mondiali 2026. Decisiva la doppietta di Kylian Mbappé, che supera Olivier Giroud nella classifica dei marcatori della nazionale francese. Determinante anche Michael Olise, protagonista della svolta nella ripresa.

Suggerimento immagine: Foto d’agenzia di Kylian Mbappé che esulta dopo uno dei due gol segnati al Senegal, con Michael Olise sullo sfondo.

Francia-Senegal 3-1, Mbappé da record trascina i Bleus: doppietta e vetta nel girone
La Francia parte con una vittoria al Mondiale 2026, ma il successo contro il Senegal è molto più sofferto di quanto racconti il risultato finale. A East Rutherford i Bleus si impongono 3-1 grazie alla qualità dei propri attaccanti e soprattutto a uno straordinario Kylian Mbappé, autore di una doppietta che gli consente di entrare ancora di più nella storia del calcio francese.
La squadra di Didier Deschamps fatica a lungo contro un Senegal organizzato e coraggioso, capace di mettere in difficoltà i vicecampioni del mondo soprattutto nel primo tempo. Nella ripresa, però, il talento dei francesi emerge con forza e indirizza definitivamente la partita.

Un Senegal coraggioso mette in difficoltà i Bleus
Per oltre un’ora la gara resta aperta. Il Senegal gioca senza timori reverenziali, difende con ordine e riparte con pericolosità. Gli africani sfiorano il vantaggio con Jackson, che colpisce il palo dopo una ripartenza nata da un errore di Mbappé a centrocampo.
I Leoni della Teranga hanno anche un’altra grande opportunità in apertura di secondo tempo, ma Sarr spreca da posizione favorevole dopo una bella iniziativa di Mané.

La Francia appare contratta, forse schiacciata dal peso dei pronostici che la indicano tra le principali favorite per la conquista della Coppa del Mondo.

Olise cambia la partita
La svolta arriva nella ripresa quando sale in cattedra Michael Olise, autentico regista offensivo della squadra di Deschamps. Il talento del Bayern Monaco accende il gioco francese, trova spazi tra le linee e costruisce una serie di occasioni che mettono sotto pressione la difesa senegalese.
Dopo alcuni interventi decisivi del portiere Mendy, è proprio Olise a inventare l’azione che porta al vantaggio. Il suo assist illumina l’area africana e permette a Mbappé di battere il portiere con una conclusione precisa e angolata.

Mbappé supera Giroud e punta Klose
Il primo gol sblocca la Francia e libera definitivamente il suo capitano. Poco dopo entra Bradley Barcola, che firma il raddoppio sfruttando un assist di Rabiot e mette la partita in discesa.
Il Senegal trova la forza di reagire con Mbaye, che accorcia le distanze e riapre momentaneamente il match. Ma nel recupero arriva ancora Mbappé a chiudere i conti con una giocata di altissima classe che vale il definitivo 3-1.

La doppietta permette al fuoriclasse francese di raggiungere quota 58 reti in nazionale, superando Olivier Giroud e diventando il miglior marcatore nella storia dei Bleus. Inoltre Mbappé sale a 14 gol nelle fasi finali dei Mondiali, avvicinandosi sensibilmente al record assoluto detenuto da Miroslav Klose con 16 reti.

Deschamps sorride, ma la Francia deve crescere
Per Didier Deschamps, all’ultima avventura mondiale sulla panchina francese prima del probabile passaggio di consegne a Zinedine Zidane, il bilancio è certamente positivo. La Francia conquista tre punti pesanti e parte meglio di altre grandi favorite come Brasile e Spagna.
Resta però la consapevolezza che servirà una crescita sul piano della continuità e dell’intensità. Per lunghi tratti la squadra è sembrata lenta e prevedibile, affidandosi soprattutto alle giocate individuali dei suoi campioni.

Ora all’orizzonte c’è la sfida contro la Norvegia, decisiva per il primo posto nel girone. Con un Mbappé così, però, la Francia può guardare al futuro con fiducia.

– È morto il cardinale Camillo Ruini, pezzo da novanta della Chiesa italiana, a lungo Vicario di Roma e poi anche presidente della Conferenza episcopale italiana. Ruini lo scorso settembre era stato ricoverato per alcuni disturbi renali ma poi si era ripreso. Si era aggravato il 21 maggio scorso e aveva deciso di restare a casa dove si alternavano medici e infermieri per assisterlo anche con l’ossigeno. Originario di Sassuolo, aveva compiuto 95 anni lo scorso 19 febbraio. La Diocesi di Roma in una nota di cordoglio rende omaggio al cardinale sottolineando il suo ruolo di gran tessitore dei rapporti tra Stato e Chiesa. ‘La sua guida ha lasciato un segno profondo della sua intelligenza nell’interpretare la presenza dei cristiani nella città, unendovi la responsabilità di Presidente della Conferenza episcopale della Chiesa italiana’, ricorda la Diocesi sottolineando anche la capacità di inerpretare la dimensione sociale e politica dell’Italia: ‘acuto nel discernere le svolte del Paese, ha considerato fondamentale guidare le transizioni culturali con la fierezza cattolica di essere depositari di un patrimonio di valori da non nascondere, ma da custodire e difendere, adempiendo il suo motto episcopale Veritas liberabit nos’. Ruini fu un punto di riferimento dell’episcopato conservatore. Romagnolo, grande sostenitore della chiesa dei valori non negoziabili, da aborto a eutanasia (negò i funerali a Welby e fece una battaglia senza quartiere su Eluana Englaro), vicinissimo prima a Giovanni Paolo II, ma poi soprattutto a Benedetto XVI, era considerato una eminenza grigia anche della politica e nota era la sua vicinanza all’ex premier Silvio Berlusconi. È stato cardinale vicario per la diocesi di Roma e arciprete della basilica papale di San Giovanni in Laterano dal primo luglio 1991 al 27 giugno 2008 e presidente della Conferenza episcopale italiana dal 7 marzo 1991 alla stessa data del 2007 e presidente della Conferenza episcopale laziale. Ha ricoperto anche la carica di presidente della commissione internazionale di inchiesta su Međugorje, del progetto culturale della Chiesa italiana e, dal 2010 al 2015, del comitato scientifico della Fondazione vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI. Di recente, aveva avuto uno scambio affettuoso con la premier Giorgia Meloni in occasione della celebrazione di una messa per Giovanni Paolo II nella basilica di San Pietro tanto che in una intervista al Corriere della Sera per i suoi 95 anni aveva dichiarato: ‘Su Giorgia Meloni il giudizio è decisamente positivo sotto entrambi gli aspetti, sia politico sia personale’.

Paolo, qui serve un necrologio-notizia con profilo storico e tono sobrio: segnalo la morte, poi ricostruisco il peso ecclesiale e politico di Ruini senza enfasi polemica.
Ragionato per 8s
È morto Camillo Ruini, il cardinale che segnò la Chiesa italiana dopo la Dc
Parole chiave SEO: Camillo Ruini, cardinale Ruini morto, Chiesa italiana, Cei, Diocesi di Roma, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, valori non negoziabili, rapporti Stato Chiesa
Riassunto SEO: È morto a 95 anni il cardinale Camillo Ruini, già vicario di Roma e presidente della Conferenza episcopale italiana. Figura centrale della Chiesa italiana, fu protagonista del rapporto tra cattolici, politica e società dopo la fine della Democrazia cristiana.

Suggerimento immagine: Foto d’agenzia del cardinale Camillo Ruini durante una celebrazione in Vaticano o immagine sobria della basilica di San Giovanni in Laterano.

È morto Camillo Ruini, il cardinale che segnò la Chiesa italiana dopo la Dc
È morto a 95 anni Camillo Ruini, uno dei cardinali più influenti della Chiesa italiana contemporanea. A lungo vicario del Papa per la diocesi di Roma e presidente della Conferenza episcopale italiana, Ruini è stato una figura centrale nei rapporti tra Chiesa, politica e società durante una delle stagioni più delicate della storia repubblicana.
Originario di Sassuolo, in provincia di Modena, aveva compiuto 95 anni il 19 febbraio. Le sue condizioni di salute si erano aggravate nelle ultime settimane, dopo un precedente ricovero per disturbi renali. Aveva scelto di restare nella sua abitazione, assistito da medici e infermieri.

Il cordoglio della diocesi di Roma
La Diocesi di Roma ha ricordato Ruini come una personalità capace di lasciare un segno profondo nella Chiesa e nella città. Nel messaggio di cordoglio viene sottolineata la sua intelligenza nell’interpretare la presenza dei cristiani nella vita pubblica e la sua capacità di leggere le trasformazioni sociali e politiche del Paese.
Il motto episcopale, “Veritas liberabit nos”, ha accompagnato una lunga stagione di impegno ecclesiale vissuta con forte senso istituzionale e con una visione precisa del ruolo pubblico dei cattolici.

La lunga stagione alla guida della Cei
Ruini fu presidente della Cei dal 1991 al 2007 e vicario generale per la diocesi di Roma dal 1991 al 2008. Fu anche arciprete della basilica papale di San Giovanni in Laterano e presidente della Conferenza episcopale laziale.
Chiamato da Giovanni Paolo II a ruoli di grande responsabilità, divenne uno degli uomini chiave del pontificato wojtyliano in Italia. Fu vicino anche a Benedetto XVI, del quale condivise molte impostazioni culturali e teologiche, soprattutto sui temi dell’identità cristiana, della secolarizzazione e della presenza pubblica della Chiesa.

Il cardinale dei valori non negoziabili
Ruini è stato considerato un punto di riferimento dell’episcopato conservatore italiano. Il suo nome resta legato alla stagione dei cosiddetti valori non negoziabili, dalla difesa della vita alla famiglia, dall’aborto all’eutanasia, fino alle grandi battaglie bioetiche che segnarono il dibattito pubblico italiano.
Fu protagonista della mobilitazione cattolica sul referendum del 2005 relativo alla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. In quella occasione la strategia dell’astensione contribuì al mancato raggiungimento del quorum, segnando una delle vittorie più significative della linea ruiniana.

Una figura decisiva nei rapporti tra Chiesa e politica
Dopo la fine della Democrazia cristiana, Ruini interpretò il ruolo della Chiesa italiana come presidio autonomo e riconoscibile nel confronto pubblico. Non un partito cattolico, ma una presenza capace di orientare il dibattito sui temi considerati essenziali.
Questa impostazione gli valse consenso e critiche. Per alcuni fu il cardinale che impedì ai cattolici italiani di diventare irrilevanti dopo il tramonto della Dc. Per altri rappresentò una stagione di forte esposizione della Chiesa nella politica nazionale.

Noti furono i suoi rapporti con il mondo politico, compreso il rapporto con Silvio Berlusconi e, più di recente, il giudizio positivo espresso su Giorgia Meloni in una intervista concessa al Corriere della Sera in occasione dei suoi 95 anni.

L’eredità di Ruini nella Chiesa italiana
Ruini ha guidato il progetto culturale della Chiesa italiana, ha presieduto la commissione internazionale di inchiesta su Međugorje ed è stato, dal 2010 al 2015, presidente del comitato scientifico della Fondazione vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI.
La sua eredità resta una delle più rilevanti e discusse della Chiesa italiana degli ultimi decenni. Ha incarnato una visione forte, identitaria, rigorosa del cattolicesimo pubblico. Una linea che ha segnato profondamente la stagione di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e che, con Papa Francesco, ha conosciuto un evidente cambio di passo.

Con la morte di Camillo Ruini scompare uno dei grandi protagonisti del cattolicesimo italiano del Novecento e dei primi anni Duemila: un cardinale che ha attraversato la storia della Repubblica non da semplice osservatore, ma da interprete e attore decisivo del rapporto tra fede, cultura e potere.

Un pranzo in osteria per accelerare sul programma del centrosinistra e lanciare la corsa verso le politiche. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si siedono a tavola a pochi passi da Campo de’ Fiori. Tovaglie bianche e luci soffuse per mettere a punto due iniziative pubbliche che segnano il cambio di passo. Un selfie per sancire il patto, ma anche per mettere agli atti che il perimetro da cui si parte per la coalizione è quello ritratto in foto e non un altro. ‘Statement’ che crea non pochi attriti con chi è rimasto fuori dall’inquadratura come il leader di Iv Matteo Renzi. “Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio”, sono le poche parole che accompagnano il selfie postato sui profili social di tutti e quattro i capi di partito. Due piazze per comunicare al Paese che l’alternativa c’è: una al Nord – per ora esclusa l’ipotesi Milano – e una al Sud, con un ballottaggio in corso tra Napoli e Palermo. L’obiettivo è portare sul palco i leader e le battaglie in comune già fatte in Parlamento, ma anche qualche novità in vista della scrittura del programma del campo progressista. Dalle parti di Avs prevale la soddisfazione. “Dopo il nostro pressing – è la linea condivisa ai piani alti – c’è la convinzione di mostrare un profilo unitario, mentre la destra si divide con Vannacci”. Per i leader rossoverdi, che hanno insistito a lungo per un tavolo di coalizione, “oggi finalmente si cambia marcia”. “È arrivato il momento di rimboccarci le maniche, dobbiamo essere pronti per presentare al Paese un progetto politico e per questo dobbiamo stiamo lavorando, non perché da parte nostra ci sia un’accelerazione o altro”, scandisce il presidente M5S Giuseppe Conte. Che è restio a parlare di accelerazioni, ma non fa a meno di constatare che siamo di fronte a “un fatto nuovo”. “C’è già un percorso di condivisione di punti programmatici in questa legislatura, – insiste ancora il pentastellato parlando degli eventi di luglio – riassumeremo e valorizzeremo il percorso fatto e aggiungeremo anche qualcosa di nuovo”. Al di là delle scelte lessicali, lo sprint è nei fatti. Il Movimento avrà concluso la fase di deliberazione interna sul programma – la ‘Nova 2.0’ – già a fine giugno. A luglio, i due eventi con i leader del campo progressista per incontrare la cittadinanza. “A settembre la fase finale della piena condivisione”, la postilla di Conte. Che puntualizza: “quello di oggi non era il primo incontro, ci sono confronti che si sono susseguiti con una certa costanza, nella consapevolezza che adesso tocca a noi”. Insomma, il confronto – o tavolo – è già aperto. Dalle parti di Avs si parla già di ‘gruppi di lavoro’ per affinare il programma. Salario minimo, congedo paritario, riduzione del tempo del lavoro, ma anche un “pacchetto giovani”, “centrale” per il leader M5S. Che intanto parla del Pd come “forza centrale del campo progressista”, anche se “è normale che qualcuno possa preferire la segretaria di partito come candidata premier”. Le primarie restano un nodo ancora da affrontare, e dalle file del Pd non arriva nessun commento alla fotonotizia. Mentre è Conte a parlare di “ottimi rapporti anche con i moderati” dem e di “buoni rapporti” con Schlein. Nel selfie, però, mancano sia Riccardo Magi di Più Europa che Matteo Renzi di Italia Viva. “Ma Renzi era sotto il tavolo?”, attacca con ironia Carlo Calenda di Azione. Che con il vicesegretario Ettore Rosato si chiama fuori dalla coalizione: “le loro ricette sono il contrario di ciò che serve”. Chi invece continua a mostrare dubbi sulla possibilità che Renzi entri in coalizione è sempre Conte. “Non è scontato, c’è un problema di affidabilità dei compagni di viaggio e non dobbiamo creare un’accozzaglia, un caravanserraglio”, frena il leader 5S. Che aggiunge: “bisogna costruire un progetto e vedere poi se allargare a chi e come, ma con garanzie e paletti se si dovesse arrivare ad allargare. La foto di oggi ci dice che in questo momento il progetto è in mano a forze che si sono predisposte a lavorare insieme”. A stretto giro arriva la risposta pacata di Renzi, secondo cui il centrosinistra vince solo se unito. “Se qualcuno vorrà rompere, si assumerà la responsabilità di spiegarlo agli elettori”, punzecchia. Per poi tenere il punto: “Non siamo in quella foto perché non facciamo parte di questo gruppo di sinistra-sinistra che ha un consenso importante nel Paese”, ma “pensiamo che sia giusto costruire un’alleanza programmatica”. (

Campo largo, selfie dei leader e due piazze a luglio: Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli accelerano sul programma
Parole chiave SEO: campo largo, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, centrosinistra, Matteo Renzi, elezioni politiche, programma centrosinistra
Riassunto SEO: Pranzo romano e selfie di gruppo per i leader del campo progressista. Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli preparano due iniziative pubbliche a luglio per presentare le prime basi programmatiche dell’alternativa alla destra. Restano aperti i nodi delle alleanze e del ruolo di Matteo Renzi.

Suggerimento immagine: Foto dei quattro leader del centrosinistra durante l’incontro romano o il selfie pubblicato sui social.

Campo largo, selfie dei leader e due piazze a luglio: Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli accelerano sul programma
Un pranzo nel cuore di Roma, lontano dai riflettori ma destinato a produrre effetti politici immediati. Attorno allo stesso tavolo si sono ritrovati Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, protagonisti di un incontro che punta a imprimere una nuova accelerazione alla costruzione dell’alternativa di centrosinistra in vista delle prossime elezioni politiche.
Al termine del pranzo è arrivato anche il messaggio politico più evidente: un selfie condiviso contemporaneamente sui profili social dei quattro leader accompagnato da poche parole. “Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio”.

Due eventi per lanciare il progetto del centrosinistra
L’obiettivo è organizzare due grandi iniziative pubbliche, una al Nord e una al Sud Italia, per presentare ai cittadini il lavoro comune svolto in Parlamento e le prime proposte che dovranno costituire l’ossatura del futuro programma di governo.
Per l’appuntamento meridionale restano in corsa Napoli e Palermo, mentre per quello settentrionale non sarebbe stata ancora individuata la città ospitante. L’intenzione è quella di portare sul palco i leader delle forze che oggi compongono il nucleo del cosiddetto campo progressista.

Conte: “È un fatto nuovo”
Pur evitando di parlare apertamente di accelerazione, il presidente del Movimento 5 Stelle riconosce che qualcosa sta cambiando. Secondo Conte esiste già un percorso comune costruito nel corso della legislatura e gli eventi di luglio serviranno a valorizzare il lavoro svolto e ad aggiungere nuove proposte programmatiche.
Tra i temi che emergono figurano il salario minimo, il congedo paritario, la riduzione dell’orario di lavoro e un ampio pacchetto di misure dedicate ai giovani. Parallelamente il Movimento 5 Stelle si prepara a completare entro la fine di giugno la fase conclusiva della propria elaborazione programmatica interna.

La foto che apre e divide
Il selfie pubblicato dai quattro leader viene letto da molti osservatori come una fotografia politica del perimetro attuale della coalizione. Una scelta che inevitabilmente ha alimentato discussioni e malumori tra le forze che non compaiono nell’immagine.
In particolare resta aperto il tema del rapporto con Matteo Renzi e Italia Viva, da tempo oggetto di confronto all’interno dell’area di opposizione. Conte continua a manifestare prudenza, sottolineando la necessità di costruire un progetto politico coerente prima di eventuali allargamenti.

Il leader pentastellato ha ribadito che non bisogna creare una coalizione priva di identità politica e che ogni eventuale ampliamento dovrà avvenire sulla base di regole condivise e garanzie reciproche.

Renzi e Calenda restano alla finestra
Le reazioni non si sono fatte attendere. Matteo Renzi ha replicato sostenendo che il centrosinistra può vincere soltanto restando unito e ha ribadito la disponibilità a lavorare per una futura alleanza programmatica.
Più distante la posizione di Carlo Calenda, che insieme ad Azione continua a prendere le distanze dal progetto politico rappresentato nella fotografia romana. Per il leader centrista le proposte avanzate dalle forze presenti al tavolo non rappresentano la risposta più adeguata alle esigenze del Paese.

La sfida verso le politiche
Al di là delle dichiarazioni pubbliche, il dato politico che emerge è la volontà di trasformare il dialogo tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra in un percorso strutturato e permanente.
Restano ancora da sciogliere diversi nodi, dalla leadership della coalizione alle possibili primarie, fino all’eventuale allargamento ai soggetti centristi. Tuttavia il pranzo romano e il successivo selfie rappresentano un segnale preciso: il lavoro per costruire un’alternativa al centrodestra è entrato in una fase nuova e più visibile.

Per il campo progressista, l’estate potrebbe diventare il primo vero banco di prova di una coalizione che cerca di trasformare la collaborazione parlamentare in una proposta di governo.

“Per tutto il pomeriggio i giornalisti ci hanno chiamato chiedendo se siamo arrabbiati perchè non siamo nella foto di Schlein, Bonelli, Conte, Fratoianni. E perchè dovremmo essere arrabbiati? Non siamo in quella foto perché non facciamo parte di questo gruppo di sinistra-sinistra che ha un consenso importante nel Paese, ma insufficiente a vincere e insufficiente a governare”. Così Matteo Renzi su X a proposito dell’iniziativa del campo largo. “Noi siamo un’altra cosa e pensiamo che senza una componente riformista la sinistra non vincerà mai. Però davanti al governo Meloni-Salvini-Vannacci pensiamo che sia giusto costruire un’alleanza programmatica. Ci proveremo, fino alla fine. Non saremo mai come i protagonisti di questa foto ma possiamo fare un accordo sui contenuti per evitare che rivinca la peggiore destra che l’Italia abbia mai avuto”, conclude. “A noi non preoccupa questa foto: preoccupa la foto di un sovranista al Quirinale. Perché noi siamo quelli che hanno eletto Sergio Mattarella, non un sovranista: noi abbiamo combattuto la destra populista, non ci abbiamo fatto un governo insieme”. Lo scrive Matteo Renzi su X commentando la foto di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, riuniti insieme, con la quale lanciano nuove iniziative per iniziare a costruire il programma del campo largo.

Renzi fuori dal selfie del campo largo: “Senza riformisti la sinistra non vince”
Parole chiave SEO: Matteo Renzi, campo largo, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Bonelli, Fratoianni, Italia Viva, centrosinistra, riformisti, elezioni politiche
Riassunto SEO: Matteo Renzi commenta il selfie di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni e rivendica il ruolo dei riformisti nel centrosinistra. Il leader di Italia Viva dice di non essere arrabbiato per l’esclusione dalla foto, ma avverte: senza una componente riformista la sinistra non può vincere né governare.

Suggerimento immagine: Foto d’agenzia di Matteo Renzi durante un intervento pubblico o immagine del leader di Italia Viva con sfondo istituzionale.

Renzi fuori dal selfie del campo largo: “Senza riformisti la sinistra non vince”
Il selfie del campo largo accende subito il confronto nel centrosinistra. Dopo la foto pubblicata da Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, arriva la risposta di Matteo Renzi, escluso dall’immagine che ha segnato l’avvio della nuova fase programmatica dell’alleanza progressista.
Il leader di Italia Viva sceglie X per chiarire la sua posizione. Nessuna irritazione, assicura. Ma una rivendicazione politica netta: quella foto rappresenta, secondo Renzi, un gruppo di “sinistra-sinistra” con un consenso importante, ma non sufficiente a vincere le elezioni e soprattutto a governare il Paese.

La rivendicazione riformista
Renzi respinge l’idea di sentirsi marginalizzato e rivendica una identità diversa rispetto al perimetro rappresentato dal selfie dei quattro leader. “Noi siamo un’altra cosa”, scrive, sostenendo che senza una componente riformista la sinistra non potrà mai costruire una vera alternativa di governo.
Il punto politico è chiaro: Italia Viva non si riconosce nell’asse formato da Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, ma non chiude la porta a una possibile intesa sui contenuti.

L’alleanza contro il centrodestra
Pur marcando le distanze dal gruppo fotografato, Renzi conferma la disponibilità a lavorare per una alleanza programmatica contro il governo guidato da Giorgia Meloni. Il leader di Italia Viva indica come obiettivo evitare una nuova vittoria del centrodestra e, in particolare, di quella che definisce la peggiore destra che l’Italia abbia mai avuto.
Il messaggio è rivolto sia agli alleati potenziali sia agli elettori moderati: Italia Viva non intende aderire a un progetto indistinto, ma può sedersi al tavolo se la discussione sarà fondata su contenuti, garanzie politiche e una prospettiva di governo.

Il nodo del Quirinale
Renzi sposta poi il ragionamento su un altro terreno, quello istituzionale. Secondo il leader di Italia Viva, il problema non è essere fuori da una foto, ma evitare in futuro “la foto di un sovranista al Quirinale”.
Il riferimento è alla prossima stagione politica e alla necessità, secondo Renzi, di impedire che il centrodestra possa determinare da solo anche gli equilibri istituzionali più delicati. In questo quadro, il leader di Italia Viva rivendica il ruolo avuto nella rielezione di Sergio Mattarella e prende le distanze da chi, a suo dire, ha governato in passato con la destra populista.

Un campo largo ancora da costruire
La replica di Renzi conferma che il percorso del centrosinistra resta complesso. Da un lato c’è il tentativo di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni di costruire un nucleo politico e programmatico comune. Dall’altro resta aperta la questione dei riformisti, dei moderati e del perimetro reale dell’eventuale coalizione.
La partita è appena iniziata. Il selfie ha mostrato chi oggi lavora insieme in modo più organico. La risposta di Renzi ricorda però che, per trasformare un’alleanza politica in una coalizione competitiva, il centrosinistra dovrà prima decidere se allargarsi, con quali regole e attorno a quale idea di governo.

L’effetto Vannacci c’è, inutile negarlo. E anche il silenzio è indizio dell’ansia che sale. Nel centrodestra, e a livelli di guardia dentro la Lega. Il Carroccio fa i conti con il sondaggio di Swg che lo inchioda al 5,3% – raggiunto e appaiato da Futuro Nazionale, il partito dell’ex leghista appena nato – e fa i conti con lo stallo. Domani non ci sarà il Consiglio federale evocato per avviare il rinnovamento. Restano in standby le nomine di un gruppo ristretto, pensato nell’ottica di “valorizzare l’impegno degli amministratori” – nelle parole scelte dalla Lega dopo l’accesa riunione di una settimana fa – e resta nel limbo la speranza di dar voce alle istanze del Nord, sostenuta a gran voce dai governatori e dall’ex Doge, Luca Zaia. Ma a frenare timori e frustrazioni interviene direttamente Giancarlo Giorgetti. Uno dei fedelissimi del segretario rassicura: “Matteo Salvini è stato eletto dal congresso un anno fa e ora sta ascoltando tutti. Poi deciderà lui cosa fare…”. Niente mosse azzardate, insomma. Il leader è lui, sa cosa fare e lo farà, è il messaggio in codice. Del resto la prossima riunione ci sarà appena possibile: è l’eco che arriva dai piani alti della Lega, facendo notare pure che nel rinvio hanno pesato gli impegni improrogabili di alcuni leghisti. Zaia in testa (in effetti ha impegni familiari in questi giorni), evocato come il frontman di uno sdoppiamento della Lega (tra quella settentrionale e quella del centro-sud) che, secondo i governatori, potrebbe essere la via d’uscita per frenare l’emorragia di consensi. Così il nome di Zaia come alternativa a Salvini si fa strada tra i militanti: un altro striscione, come quello di ieri a Milano, è apparso a Brescia con la scritta “Grazie Matteo. Ma… Zaia segretario ora”. Non rivendicato da nessuno e con un cuore verde. Intanto glissa sui sondaggi il governatore lombardo Attilio Fontana: “Certi sondaggi dicono una cosa, altri dicono invece che siamo al 7%, per cui lasciano il tempo che trovano”. Ma in attesa dell’appuntamento del 3-4 luglio nel Trevigiano – descritto quasi come un ritiro motivazionale per tutto il partito e carico di aspettative – è il rischio di uno ‘tsunami Vannacci’ a dominare le conversazioni. Perfino al Senato che pure è orfano di parlamentari vannacciani (tutti concentrati alla Camera, e diventati 8 in pochi mesi). Pesa il silenzio dei vertici della Lega, interpretato dai più critici come una forma di immobilismo non tanto rispetto all’ex vice di Salvini, quanto alle spinte di rinnovamento invocate. Nessun passo avanti è stato fatto, né sono circolati nomi anche informalmente, denunciano alcuni big del partito, convinti che Salvini stia prendendo tempo. Di certo al silenzio del segretario si contrappone l’attivismo di Vannacci. Anche oggi in assenza di eventi pubblici, è sui social che diffonde il suo verbo. Batte sul tasto del ‘no’ al reato di femminicidio che ha rilanciato nel weekend alla Costituente di Futuro Nazionale. Quindi armato di grafici e tabelle sui paesi che hanno una legge ad hoc e chi non ce l’ha, punta a dimostrare che “i dati sconfessano le ideologie”, ossia il reato di femminicidio non serve perché è un omicidio come altri. In Italia – secondo i dati citati – il tasso di femminicidio è dello 0,3% per 100 mila donne. E deduce: il reato “non produce la diminuzione della violenza degli uomini nei confronti delle donne”. Ma al di là dei sondaggi, la Lega continua ad accusare abbandoni e addii. L’ultimo è a Venezia: a sorpresa gli unici due consiglieri leghisti Monica Poli e Giovanni Giusto hanno comunicato che passeranno al gruppo Misto, garantendo comunque sostegno alla Giunta.

Scuro in volto, lo sguardo basso e il telefono tra le mani. “Dateci un attimo prima delle dichiarazioni”, è l’unica richiesta rivolta ai cronisti. Poi il confronto con i colleghi di Forza Italia, a pochi passi dall’emiciclo. Quando lascia l’Aula di Strasburgo, Fulvio Martusciello ha appena incassato il verdetto della plenaria: la sua immunità parlamentare è stata revocata. Un esito che isola il capodelegazione di Forza Italia al Parlamento europeo rispetto agli altri deputati raggiunti dalle richieste della procura del Belgio per il cosiddetto Huaweigate, il caso delle presunte attività di lobbying riconducibili al colosso cinese delle telecomunicazioni. L’Aula ha infatti deciso di mantenere invece intatta l’immunità per l’altro eurodeputato azzurro Salvatore De Meo, per il socialista maltese Daniel Attard e per il liberale bulgaro Nikola Minchev. Il via libera della plenaria alla revoca delle guarentigie per Martusciello ha confermato l’orientamento espresso dalla commissione Affari giuridici dell’Eurocamera, che il 3 giugno si era pronunciata a favore dell’istanza avanzata dagli inquirenti. Con una differenza significativa, però: a Strasburgo la forbice si è allargata sensibilmente. Se in commissione il margine era stato di appena tre voti, la plenaria si è espressa in modo molto più netto, con 344 eurodeputati a favore della revoca, 234 contrari e 25 astensioni. Un risultato che alimenta gli interrogativi sul comportamento degli alleati di Forza Italia, complice lo scrutinio segreto che potrebbe aver esposto il fianco a defezioni anche tra le fila dello stesso Ppe, la famiglia politica europea degli azzurri, così come nell’Ecr di Fratelli d’Italia, dove l’ordine di scuderia era quello di lasciare piena libertà di voto. A difesa di Martusciello sono arrivate subito le parole del leader di Forza Italia, Antonio Tajani, che fin dall’emergere dell’inchiesta, nel marzo 2025, ha fatto quadrato attorno suo capodelegazione. “Non ho alcun dubbio sul suo comportamento e sulla sua estraneità ai fatti contestati”, ha affermato il vicepremier, definendo “politicamente importante” il sostegno ricevuto dal Ppe e da “molti eurodeputati di altri gruppi”. Una linea rilanciata anche dal presidente dei Popolari, il tedesco Manfred Weber, che ha ricordato come “la presunzione di innocenza sia uno dei principi fondamentali dell’Ue”. Una presunzione che Martusciello dovrà ora far valere davanti agli inquirenti belgi. Resta da capire se potrà farlo ancora dalla guida della compagine azzurra in Europa. Per ora, assicurano fonti ben informate, non si parla di passi indietro. Ma, qualora lo scenario dovesse cambiare, il toto-successione è già partito e i favoriti avrebbero già un volto: l’ex ministra Letizia Moratti e il siciliano Marco Falcone, forte del suo bottino di oltre 100mila preferenze alle ultime Europee. Più defilata, invece, l’ipotesi Massimiliano Salini, oggi vicepresidente del Ppe.

Entra nel vivo in commissione Affari Costituzionali della Camera la discussione sulla legge elettorale con le prime votazioni. Ma sulle preferenze la maggioranza per ora non si espone e accantona – senza dare pareri – le proposte di modifica che vanno in tal senso. Si avvierà “una riflessione” su una trentina di emendamenti che vertono su macro temi come “le preferenze, l’estero, i fuori sede, le firme digitali”, annuncia il relatore Angelo Rossi (FdI). Critica la reazione delle opposizioni che ravvisano in questa mossa una logica dilatoria per non affrontare i nodi. “A pensar male la maggioranza si è già fatta il suo cronoprogramma: qualche votazione e poi tagliare tutto, magari andando in aula senza neanche i relatori”, punta il dito Filiberto Zaratti (Avs). “Il parere sarà espresso”, promette Rossi. Tra gli emendamenti ritirati, invece, ce n’è uno di Lorenzo Cesa, proprio sulle preferenze: l’esponente dell’Udc sarebbe intenzionato a convergere su una proposta di maggioranza da presentare direttamente in Aula. Il clima tra maggioranza e opposizioni è da muro contro muro: Alfonso Colucci del M5s bolla la proposta di legge del centrodestra come “un tentativo di restare aggrappati al potere”. “Ora l’ascesa di Vannacci scombina questo programma, quindi vedremo se effettivamente la maggioranza vorrà andare avanti…”. “Anche tra di voi iniziano a serpeggiare dubbi su questa frenesia”, afferma il dem Gianni Cuperlo. “Andiamo avanti, la nostra posizione non cambia – replica il capogruppo dei meloniani in commissione, Alessandro Urzì – ed anzi, prevediamo uno stringente calendario di lavori di commissione”. Nei capannelli di Montecitorio da giorni si chiacchiera dell’effetto Vannacci sulla nuova legge elettorale. Con una domanda che ricorre: se il generale non entrerà in coalizione con FdI, Lega e FI ma – di contro – continuerà a pescare dal loro bacino elettorale, conviene davvero alla maggioranza perseverare in una riforma che rischia di essere un regalo al centrosinistra? Stando alle dichiarazioni di diversi esponenti di FdI sì, “per il bene dell’Italia”. Ma più di qualcuno insinua il dubbio. Se il generale continua a crescere nei sondaggi, gli alleati di governo “si potrebbero chiedere se non sia meglio tenere un sistema che verosimilmente non darà i numeri per governare”, azzarda Lorenzo Pregliasco di Youtrend. Il leghista Stefano Candiani parla fuori dai denti: “È più facile restare con questa legge elettorale con tutti i rischi di instabilità che può produrre piuttosto che passare a una legge elettorale che ha come obiettivo la stabilità, chiunque vinca”. Anche perché c’è “certamente c’è chi aspetta di trarre vantaggio, dando però la responsabilità e il prezzo da pagare alla maggioranza di governo”. E Avs gli risponde a tono: “La Lega brontola ma ha tutti gli strumenti per fermare lo scempio in corso”. Di una maggioranza che va ormai alla “rincorsa di Vannacci”, parla il dem Andrea Casu”. Il quale fa riferimento anche a quanto avvenuto nell’Aula della Camera, durante la discussione del decreto rimpatri volontari (poi approvato definitivamente): il sottosegretario agli Interni Nicola Molteni propone una riformulazione ad un odg di Futuro Nazionale che non la accetta e passa al contrattacco; Molteni rigetta le accuse al mittente ma alla fine cambia il parere dando il via libero al testo. Per il Pd è “una vicenda che dimostra tutta la debolezza della maggioranza” e raffigura “una dinamica preoccupante”. Federico Fornaro punta il dito contro l’”incostituzionalità” della nuova legge elettorale in esame. “Siete arrivati oltre la legge truffa”, rincara la dose il collega di pertito Arturo Scotto che invita a “riavvolgere il nastro, sedersi e discutere” su altre basi. Da parte sua, Ernesto Maria Ruffini, leader del movimento Più Uno, invita i deputati del centrosinistra a uscire dall’Aula al momento del voto sulla nuova legge elettorale promossa dal centrodestra.

Legge elettorale, la maggioranza rinvia sulle preferenze e l’effetto Vannacci agita il centrodestra
Parole chiave SEO: legge elettorale, preferenze, Camera, Affari Costituzionali, centrodestra, Roberto Vannacci, Fratelli d’Italia, Lega, opposizioni
Riassunto SEO: Entra nel vivo alla Camera il confronto sulla nuova legge elettorale. In commissione Affari Costi


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Aurora Russo

Source link

Di