Il Mur ha diffuso ieri l’elenco dei progetti finanziati con i fondi Prin (Progetti di rilevante interesse nazionale). Come moltissimi altri colleghi, avevo presentato un progetto che non è stato finanziato, perché nel mio settore (filologia, letteratura italiana generale) è stato finanziato un solo progetto, e ci è andata meglio rispetto, per esempio, alle letterature straniere, con zero progetti finanziati. Il “macrosettore” SH5, cui appartiene il mio, comprende 11 sottosettori (dall’antichistica alla paleografia alla teoria della letteratura alla filosofia antica e moderna), definiti sulla base di una griglia internazionale. Discuto non di questo, ma dei criteri che abbiamo dovuto rispettare nella scrittura del progetto, e lo faccio a posteriori, da non vincitrice che può essere solo relativamente scontenta, perché in passato di Prin ne ho vinti tre in fila, due come capo unità di ricerca, uno come Principal Investigator.
Quest’anno, il ministero ha scelto di impegnare un finanziamento molto cospicuo per i Prin, e questa è una buona cosa. Lo ha fatto, però, mettendo dei vincoli: massimo sei unità di ricerca, minimo (sì, minimo) 1.200.000 euro di finanziamento (che, unito al cofinanziamento – cioè a quanto le università virtualmente aggiungono, pagando gli stipendi del gruppo di ricerca – portava la richiesta complessiva a più di 1.600.000 euro a progetto). In fase di application, tutti sapevamo che per ciascuno degli 11 sottosettori ci sarebbe stato un solo vincitore o nessuno, a prescindere dalla qualità dei progetti presentati, la cui valutazione era dettagliatissimamente spiegata a priori nel bando.
Buona parte della valutazione riguardava i cosiddetti Kpi, ossia Key Performance Indicators. Non erano mai esistiti prima, ce ne siamo accorti un po’ in ritardo, ma abbiamo capito che cosa sono: obiettivi intermedi e indicatori misurabili, e conseguenti provvedimenti in caso la performance non li rispetti. Tali Kpi vanno calcolati sui tre anni del progetto. Un progetto che, occorre forse spiegarlo, non è ancora stato realizzato; cioè, di cui non si sa troppo bene come andranno le cose. Poniamo che uno presenti una domanda per censire e mettere online tutti i manoscritti di Giuseppe Parini (esempio fittizio, come gli altri che farò). Molti saranno già noti, e possono essere quantificati; molti altri si spera di trovarli (altrimenti, perché rifare il censimento?). Ma i tempi cambiano se ne trovo 20 o 200. E con loro anche i Kpi: perché io posso mettere un indicatore “digitalizzazione dei nuovi manoscritti ritrovati” a fine secondo anno, ma se ne ho trovati 20 finirò molto prima, se ne ho trovati 200 avrò bisogno anche del terzo anno. Si tratta, com’è evidente, di criteri di performance di origine aziendale, per cui – mi perdonino i rappresentanti porta a porta – se un rappresentante porta a porta vende meno di 10 aspirapolveri al mese, il capo lo convoca e cerca di aggiustare ciò che non va nella sua performance: forse non sorride abbastanza? Non dà fiducia? Sceglie il quartiere sbagliato? Ma ci possiamo adattare, e ci siamo adattati: proponevamo edizioni commentate, abbiamo messo un Kpi per segnare la fine delle trascrizioni dei testi, e un altro per segnare l’avvio del commento, come se si potesse dare il testo per definitivo prima di iniziare il commento e viceversa. Chi lavora in questi campi sa bene, invece, che un errore del testo (poniamo) si rende evidente solo grazie al commento, ma ci siamo adattati.
Possibile che al Mur non sia venuto in mente che queste attività costano molto meno di un laboratorio di chimica o di un macchinario medico e che quindi i costi di funzionamento di un progetto in ambito umanistico sono minori?
Soprattutto, però, ci siamo adattati alla scala, al calibro dei progetti, che sono modellati, come dicevo, su quelli internazionali dell’Erc, l’agenzia europea per la ricerca. Non era sempre stato così; nei Prin precedenti, la scala era diversa: non c’era un minimo di fondi richiesti, ma solo un massimo, di circa 1/6 rispetto all’attuale. 1/6 significa che con gli stessi soldi finanzi sei progetti e non uno. Gli ultimi bandi avevano accontentato molti gruppi di ricerca; i penultimi molti meno. Ma c’era sempre stato un equilibrio. Però non è questo il punto: il punto è, la scala. Il Mur, io credo, avrà letto i progetti e avrà qualche esperienza della ricerca in campo SH (= Social Sciences and Humanities). Sa perfettamente che in Italia sarebbe molto rilevante, per esempio, produrre una edizione critica della Gerusalemme liberata, rifacendo il censimento dei manoscritti, d’accordo, ma si tratta pur sempre di manoscritti, e di libri. Di scrivere al computer un testo, andare in biblioteca, cercare i libri che Tasso ha letto e postillato, parlare con altri ricercatori delle ipotesi, eventualmente fare un sito su Tasso (altro esempio fittizio: c’è già, e proprio grazie a finanziamenti pubblici di scala decisamente minore). Possibile che al Mur non sia venuto in mente che queste attività non costano poi molto? E che costano molto meno, per esempio, di un laboratorio di chimica o di un macchinario medico? Che, dunque, i costi di funzionamento di un progetto in ambito umanistico sono minori? E che quel limite minimo è del tutto fuori scala?
Infatti, che cosa abbiamo fatto? Abbiamo raggiunto quel minimo prevedendo tra i costi non certo strumenti e macchinari o laboratori, ma personale, che poi è quello che davvero serve, ma serve in misura ragionevole. Quanto personale serve per fare un’edizione? Di edizioni ne proponevamo 17: per farle in tre anni, serve molta gente, e molta gente brava. E quella gente avrà per tre anni l’illusione di una vita da ricercatore universitario, ma dopo tre anni dovrà tornare a casa col sussidio di disoccupazione. Pochi di loro erano i predestinati (cioè non sempre i raccomandati: spesso semplicemente i più bravi, quelli che meritano di diventare ricercatori e professori universitari), e il Prin avrebbe aiutato i Dipartimenti a sentire meno la pressione di un giovane bravo lasciato disoccupato e a organizzarsi in tre anni per stabilizzarli, cioè a organizzare un concorso pubblico per quel settore disciplinare, in modo che il bravissimo possa non dico vincere, ma partecipare. Gli altri non avrebbero potuto per forza di cose continuare, perché i finanziamenti Prin finiscono e scadono. È quello che è successo con i ricercatori Rtd-a (triennali) assunti col Pnrr: le università ne hanno poi assunti a tempo indeterminato una percentuale minima.
Sorvolo sul fatto che il sistema universitario dovrebbe consentire ai più bravi di trovare un posto di lavoro senza ricorrere a finanziamenti esterni. Lasciamo le cose come stanno, e riflettiamo sul fatto che nel Dipartimento X c’è la fila, e per poter bandire un posto del settore Y occorrono 3 anni. Il docente bravo, quello che ha chances di vincere, partecipa al Prin e lo vince. Mette una buona metà del finanziamento sul reclutamento di un giovane, e riesce a non premere sul suo Dipartimento per tre anni. Intanto si fanno concorsi per altri settori, e alla fine dei tre anni forse ci siamo: il Prin avrà aiutato il giovane a guadare la palude del precariato universitario. E, nel frattempo, sarà stata fatta un’ottima edizione di Tasso, che manca da quattro secoli e mezzo.
Avrà allora più senso finanziare 10 progetti o 1 solo? Avrà più senso costringere gli umanisti a gonfiare i progetti, proponendo 17 edizioni e relativi contratti di ricerca quando, per migliorare la situazione della ricerca di base in un certo settore, ne basterebbero 5 o finanziare quelle 5 fatte bene? Avrà più senso assumere per tre anni 17 persone per poi prenderne una su 17 a tempo indeterminato oppure distribuire i fondi tra più sedi e permettere magari a ciascuna sede di assumerne una, quando in tre anni avranno racimolato i soldi necessari?
E quella gente avrà per tre anni l’illusione di una vita da ricercatore universitario, ma dopo tre anni dovrà tornare a casa col sussidio di disoccupazione
Possibile che il Mur non abbia guardato i risultati dei Prin precedenti? Io conosco quasi tutti i vincitori: hanno fatto cose molto utili e portato avanti giovani molto bravi. Erano tanti. E non serviva far finta che pubblicare online un’edizione critica costi 50 mila euro, perché non è così. Non serviva gonfiare i costi e moltiplicare le spese: un progetto, i soldi giusti per portarlo a termine. Alcuni erano più grandi e coinvolgevano molte sedi, altri più misurati, ma non meno utili. Possibile, soprattutto, che il Mur non abbia pensato a differenziare la scala di un progetto medico da quella di un progetto umanistico? Possibile?
Mi si dirà: eh, ma non è giusto dare finanziamenti a pioggia, perché si finisce per avere mille progettini piccoli e non un progettone grande davvero rilevante. E il progettone grande che ha vinto quest’anno è davvero rilevante, e io sono molto contenta che abbia vinto. È certamente più rilevante del mio, ma non è di sicuro l’unico rilevante. E allora, se entriamo in questa logica, di per sé giusta, dobbiamo pensare che il Prin serva per i megaprogettoni, e che le piccole formichine non debbano partecipare ai Prin, ma debbano condurre la loro piccola ma utile ricerca con altri, più ordinari e meno mega, fondi. Altrimenti, con quali fondi faranno ricerca le centinaia di professori e ricercatori che non hanno vinto l’unico Prin? E soprattutto dobbiamo pensare che per formare giovani ricercatori non occorra inventarsi dei Prin gonfiati, perché altrimenti restano disoccupati per assenza di altri fondi con cui reclutarli.
Il problema è che altri fondi per la ricerca di base non ce ne sono, semplicemente, non esistono. Esiste una cosa interna ai Dipartimenti che si chiama fondi di ricerca. Non esiste in tutte le università. Io insegno in una di quelle fortunate: ho un fondo di ricerca biennale. Nella mia ricca e virtuosa università, questo fondo di ricerca personale ammonta a 4600 euro su due anni. Con quei soldi posso: 1) pagarmi le missioni se devo andare a un convegno o in una biblioteca (ma cerco di evitarlo, visto quanto costano gli alberghi e i viaggi); 2) pagare alcuni acquisti, ad esempio, libri e riproduzioni di materiale antico; 3) pagare convegni e seminari (ma anche questo cerco di evitarlo: provate a calcolare quanto costa ospitare 10 persone per un convegno di 3 giorni); 4) pagare contratti per collaboratori; 5) pagare aziende per comprare computer, software ecc. 6) pagare le pubblicazioni. A volte posso risparmiare qualcosina, perché esistono fondi di Dipartimento per i computer e per i convegni e per le pubblicazioni. Poniamo per assurdo che io possa risparmiare tutto e assumere un collaboratore subito per fare la ricerca che serve: lo pagherò 4600 lordi in tutto. Non potrò avviare nessun bando che abbia una qualche rilevanza per il suo curriculum: assegni di ricerca (e loro recenti più costosi imitatori), contratti di ricerca, posti da ricercatore. Quei 4600 euro andranno per una gran parte allo Stato in tasse, perché dovrò fare un piccolo bando per un contratto breve di lavoro autonomo, unica possibilità. Se il candidato sarà disperatamente amante della ricerca e avrà una famiglia alle spalle che possa mantenerlo ancora oggi che (molto probabilmente) ha superato la trentina, si accontenterà e resisterà fino a che non arriverà un bando di quelli rilevanti, di cui si può vivere; se no, non farà il ricercatore, anche se è il più bravo, lasciando il posto ad altri più disperati e più ricchi, quasi sicuramente meno bravi.
Il problema che il Mur dovrebbe mettere a fuoco è che in Italia non ci sono i soldi per la ricerca di base, quella che alimenta la didattica, che porta avanti gli studi, che non sempre ha esiti digitali, misurabili, e in linea con i tempi dei Kpi. Quella che permette ai giovani di formarsi, di imparare a fare ricerca dopo il dottorato, per poter poi avere le conoscenze e le competenze per presentare le domande per i progettoni. Dovrebbe mettere a fuoco il fatto che il progettone va benissimo se e solo se è sostenuto da una ricerca di base diffusa e libera.
Proposte concrete (complementari o parallele, a scelta del ministero): 1) eliminare il minimo dal budget per i prossimi Prin; 2) differenziare la scala dei progetti tra i tre ambiti Erc; 3) aumentare i fondi per il reclutamento di giovani ricercatori; 4) stornare metà dei fondi Prin sulla ricerca di base con bando specifico per progetti più piccoli, diverso da Prin, Fis e in generale da tutto ciò che imita i megaprogettoni europei.
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