Meno risorse proprio mentre aumentano le responsabilità comuni. Il prossimo bilancio europeo prende forma attorno a questa contraddizione: per il periodo 2028-2034 la presidenza irlandese del Consiglio propone un tetto di circa 1.622 miliardi di euro a prezzi costanti del 2025, 141 miliardi in meno rispetto ai 1.763 miliardi della proposta originaria della Commissione.
La riduzione è dell’8%. Ma il dato più importante non è soltanto quanto scende il totale. È dove vengono concentrati i tagli e quali politiche riescono a essere maggiormente protette.
Agricoltura e coesione, due capitoli particolarmente sensibili per Italia e Spagna, subirebbero una correzione relativamente più contenuta rispetto ad altre aree. Competitività e politica estera pagherebbero invece una parte maggiore del ridimensionamento. È il tentativo di costruire un compromesso fra due pressioni opposte: i Paesi che chiedono di contenere il bilancio europeo e quelli che vogliono difendere le politiche tradizionali dell’Unione.
Per gli agricoltori il punto è molto concreto. Non basta sapere che la grande rubrica nella quale rientra la PAC viene ridotta meno delle altre. Bisogna capire quante risorse resteranno realmente riservate al sostegno agricolo e quanta parte entrerà invece nella nuova competizione fra priorità nazionali.
La proposta irlandese scende a 1.622 miliardi
La presidenza irlandese ha presentato il 10 ottobre la nuova base negoziale sulla quale i governi proveranno a costruire l’intesa per il Quadro finanziario pluriennale 2028-2034.
Non è il nuovo bilancio europeo già approvato.
Il negotiating box è il documento che raccoglie le questioni sulle quali i capi di Stato e di governo devono trovare un compromesso politico. Questa volta contiene anche le cifre, e proprio per questo rende molto più visibile la distanza fra le ambizioni iniziali della Commissione e ciò che gli Stati membri sembrano disposti a finanziare.
Il confronto parte da 1.763 miliardi a prezzi 2025 indicati dalla Commissione e arriva ai 1.622 miliardi della proposta irlandese. La differenza è di circa 141 miliardi.
Il nuovo tetto corrisponderebbe a circa l’1,16% del reddito nazionale lordo dell’Unione, contro l’1,26% previsto inizialmente.
In valore assoluto resta una cifra enorme. Ma deve finanziare per sette anni agricoltura, coesione, ricerca, competitività, migrazione, sicurezza, difesa, politica estera e numerosi altri programmi, mentre sul nuovo bilancio grava anche il costo finanziario delle scelte compiute durante la pandemia.
Perché i 1.622 miliardi non vanno confrontati direttamente con i 2.000 della Commissione
C’è un punto contabile che rischia di alterare completamente la percezione del taglio.
Quando la Commissione presentò il proprio progetto nel luglio 2025 parlò di un bilancio vicino ai 2.000 miliardi di euro. La proposta irlandese viene invece indicata attorno a 1.622 miliardi.
La differenza apparente è molto più grande dell’8%, ma le due cifre non sono espresse allo stesso modo.
I quasi 2.000 miliardi della Commissione sono calcolati a prezzi correnti, quindi incorporano l’evoluzione prevista dei prezzi negli anni compresi tra il 2028 e il 2034. Il valore da 1.763 miliardi utilizzato per il confronto con la proposta irlandese è invece espresso a prezzi costanti del 2025.
Il confronto corretto è dunque 1.763 contro 1.622 miliardi, non 2.000 contro 1.622.
È da questa base che emerge la riduzione di circa 141 miliardi, pari all’8%.
Agricoltura e coesione perdono meno, ma non sono immuni
Secondo la ripartizione emersa nel negoziato, il capitolo che comprende agricoltura e coesione subirebbe una riduzione attorno al 3%, sensibilmente inferiore rispetto a quella prevista per altre grandi aree del bilancio.
È un segnale politico importante.
Italia e Spagna hanno insistito sulla necessità di proteggere le politiche agricole e territoriali, mentre i Paesi più rigoristi sul bilancio chiedono una riduzione più incisiva della spesa complessiva.
Ma dire che agricoltura e coesione vengono “protette” non significa dire che la PAC abbia già salvato tutte le proprie risorse.
La grande rubrica contiene infatti più politiche e il nuovo sistema proposto dalla Commissione modifica profondamente il modo in cui i fondi verrebbero programmati.
Per capire cosa arriverà davvero alle aziende agricole bisognerà quindi scendere sotto il totale della rubrica e verificare quale quota resterà vincolata all’agricoltura e quale margine avranno i governi nazionali nel distribuirla.
I 300 miliardi della PAC sono il vero punto da sorvegliare
Nella proposta originaria per il periodo successivo al 2027, la Commissione ha previsto almeno 293,7 miliardi di euro vincolati al sostegno al reddito agricolo, ai quali si aggiungono 6,3 miliardi per la Unity Safety Net, la nuova rete di sicurezza destinata alle crisi di mercato.
In termini politici, si parla quindi di almeno 300 miliardi protetti per reddito e gestione delle crisi.
È una delle garanzie più importanti offerte al settore nel nuovo impianto.
Ma quella cifra appartiene alla proposta iniziale della Commissione. Il negoziato sul bilancio non è ancora concluso e sarà necessario verificare come il nuovo tetto complessivo proposto dalla presidenza irlandese verrà tradotto nelle singole dotazioni.
Per il mondo agricolo è probabilmente questo il numero più importante da seguire.
Non tanto il totale da 1.622 miliardi, quanto la quota che alla fine resterà realmente riservata alla PAC.
La PAC entra nei grandi piani nazionali
A rendere ancora più delicato il negoziato c’è la nuova architettura proposta per il bilancio europeo.
La PAC dopo il 2027 dovrebbe essere inserita nei Piani nazionali e regionali di partenariato, insieme ad altre politiche oggi finanziate attraverso strumenti separati.
L’obiettivo dichiarato è semplificare il sistema e permettere agli Stati di costruire programmi maggiormente adattati alle proprie esigenze.
Dal punto di vista agricolo, però, questa maggiore flessibilità apre una domanda inevitabile: quanta autonomia nazionale potrà essere esercitata senza mettere agricoltura e sviluppo rurale in competizione con altre priorità?
Il Consiglio ha già sostenuto il principio di un piano nazionale unico, chiedendo contemporaneamente maggiore ruolo per regioni ed enti locali e continuità dei finanziamenti destinati ad agricoltura e pesca.
Il vero equilibrio sarà quindi tra due esigenze: flessibilità per gli Stati e garanzie comuni sufficientemente forti perché la PAC rimanga effettivamente una politica europea.
Non conta soltanto quanto denaro c’è, ma quanto è davvero vincolato
Per un’impresa agricola la distinzione può sembrare istituzionale, ma ha un effetto concreto.
Una risorsa formalmente disponibile per più obiettivi non offre la stessa certezza di una dotazione obbligatoriamente destinata all’agricoltura.
Quando uno Stato deve scegliere fra infrastrutture, sicurezza, politiche sociali, territori rurali e sostegno produttivo, la competizione per le risorse diventa politica.
Per questo le organizzazioni agricole insistono sulla necessità di mantenere una PAC riconoscibile e con risorse sufficientemente protette.
La proposta irlandese sembra cercare di ridurre l’impatto dei tagli sul grande blocco agricolo e territoriale. Ma la tutela effettiva si potrà misurare soltanto quando saranno definiti i numeri interni.
Competitività: il taglio diventa molto più pesante
La situazione cambia quando si passa alla competitività.
La riduzione indicata nella nuova proposta sarebbe attorno al 13%, nettamente superiore rispetto al 3% attribuito alla parte che comprende agricoltura e coesione.
È un passaggio politicamente rilevante perché la Commissione aveva costruito gran parte del proprio progetto proprio sulla necessità di aumentare gli investimenti in innovazione, industria e capacità tecnologica europea.
Nel progetto originario, la grande area della competitività disponeva di 409 miliardi di euro a prezzi correnti.
È la risposta europea alla crescente competizione internazionale con Stati Uniti e Cina e alla necessità di sostenere settori strategici nei quali l’Unione vuole ridurre dipendenze esterne.
Ridurre questa voce significa quindi cercare risorse senza colpire troppo le politiche tradizionali, ma espone l’Europa a un’altra domanda: quanto può essere ridimensionata la nuova politica industriale senza indebolire proprio la competitività che Bruxelles considera indispensabile?
Horizon Europe entra nella stessa tensione
All’interno di questo confronto c’è anche la ricerca.
Per il nuovo Horizon Europe 2028-2034, la Commissione aveva proposto 175 miliardi di euro, con un programma strettamente collegato al Fondo europeo per la competitività.
La logica è accompagnare meglio il passaggio dalla ricerca scientifica all’innovazione industriale e all’applicazione economica.
Anche l’agricoltura ha interesse diretto in questa partita.
Ricerca genetica, tecnologie per l’agricoltura di precisione, gestione dell’acqua, robotica, bioeconomia e nuove soluzioni per ridurre gli input dipendono infatti anche dalla capacità dell’Europa di finanziare programmi di ricerca e innovazione.
Proteggere la PAC riducendo molto gli strumenti che finanziano l’innovazione agricola e agroalimentare non sarebbe quindi necessariamente un vantaggio per il settore.
Politica estera, il taglio arriva al 17%
Ancora più marcata sarebbe la riduzione dell’azione esterna, indicata intorno al 17%.
La Commissione aveva proposto uno strumento Global Europe da circa 200 miliardi di euro, destinato a riunire e rendere più coerenti numerosi interventi europei nei Paesi partner.
In questo ambito rientrano cooperazione, vicinato, sostegno ai Paesi candidati e capacità di intervento davanti a nuove crisi.
La percentuale del 17%, però, va letta con cautela. La rubrica comprende strumenti differenti, alcuni dei quali possono essere accompagnati da riserve o finanziamenti collocati fuori dai normali massimali.
Anche qui, quindi, il taglio complessivo non consente di dedurre automaticamente la riduzione di ogni singolo programma.
C’è poi il conto della pandemia
Sul bilancio 2028-2034 pesa una voce che non finanzia una nuova politica europea: il rimborso del debito contratto per NextGenerationEU.
La proposta della Commissione prevede circa 168 miliardi di euro a prezzi correnti destinati a questo capitolo nel corso del settennio.
È una conseguenza diretta della scelta compiuta durante la pandemia, quando l’Unione si finanziò sui mercati per sostenere la ripresa economica.
Quelle risorse hanno finanziato investimenti negli anni precedenti. Ora una parte del futuro bilancio deve sostenere il servizio finanziario di quell’operazione.
Il risultato è semplice: una quota delle entrate europee del prossimo settennio non potrà essere utilizzata per nuove politiche perché dovrà coprire obblighi già assunti.
Ogni euro destinato al debito è un euro da trovare altrove
È questa una delle ragioni per cui il negoziato appare particolarmente difficile.
Gli Stati vogliono finanziare nuove priorità — difesa, sicurezza, competitività, energia — senza ridurre eccessivamente agricoltura e coesione e senza aumentare troppo i contributi nazionali.
Contemporaneamente bisogna coprire il costo della risposta europea alla pandemia.
Se la dimensione complessiva del bilancio viene ridotta, la competizione tra queste voci diventa inevitabilmente più forte.
Il dibattito sui 141 miliardi di tagli è quindi soltanto una parte della questione. L’altra riguarda le entrate.
Bruxelles cerca nuove entrate proprie
La Commissione ha proposto di aumentare le risorse proprie dell’Unione attraverso nuove fonti di finanziamento.
Tra le ipotesi figurano entrate legate al sistema europeo di scambio delle emissioni, al meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, ai rifiuti elettronici non raccolti, alle accise sul tabacco e un contributo collegato alle grandi imprese.
L’obiettivo è ridurre la necessità di finanziare l’aumento delle spese europee soltanto attraverso maggiori contributi versati dai bilanci nazionali.
Le stime associate alle nuove entrate arrivano a decine di miliardi di euro ogni anno.
Ma anche in questo caso si tratta di proposte.
Il negoziato sul bilancio è quindi contemporaneamente una trattativa su quanto spendere, dove tagliare e chi deve pagare.
I Paesi frugali chiedono ancora meno
La nuova proposta irlandese non sembra sufficiente a chi vuole un bilancio europeo più contenuto.
Germania e altri Paesi tradizionalmente più attenti alla disciplina della spesa chiedono tagli ulteriori.
Sul fronte opposto, Italia e Spagna considerano fondamentale proteggere soprattutto coesione e agricoltura.
Il compromesso da 1.622 miliardi nasce precisamente da questa distanza.
Ridurre di più significherebbe inevitabilmente riaprire il confronto sulle politiche che oggi appaiono relativamente protette. Ridurre di meno richiederebbe invece convincere gli Stati ad aumentare la dimensione del bilancio o trovare nuove entrate europee.
Per l’agricoltura il 3% non è ancora il numero definitivo
Dal punto di vista agricolo, la tentazione sarebbe leggere il confronto in modo semplice: bilancio generale -8%, agricoltura e coesione -3%, quindi il settore ha limitato i danni.
È una lettura solo parzialmente corretta.
Il 3% riguarda una grande area del bilancio. Non indica automaticamente la riduzione dei pagamenti agricoli, né permette di calcolare oggi quanto perderà una singola azienda.
Per arrivare a quella risposta occorrerà conoscere la dotazione finale riservata alla PAC, la sua distribuzione tra strumenti, le scelte nazionali e il funzionamento dei nuovi piani di partenariato.
La relativa protezione ottenuta nel negotiating box è quindi politicamente significativa, ma non rappresenta ancora il risultato finale per gli agricoltori.
Il punto
Il nuovo bilancio europeo si sta trasformando in un esercizio di priorità.
La Commissione aveva costruito una proposta da 1.763 miliardi a prezzi costanti del 2025. La presidenza irlandese prova ora a portarla a 1.622 miliardi, con una riduzione di circa 141 miliardi.
Il taglio non viene distribuito allo stesso modo.
Agricoltura e coesione sembrano relativamente protette, con una riduzione attorno al 3%. Competitività e azione esterna sopporterebbero una correzione molto più pesante.
Per il settore agricolo è un primo risultato, ma non ancora quello decisivo.
La vera partita sarà capire se resteranno protetti i circa 300 miliardi che la Commissione aveva indicato per sostegno al reddito e gestione delle crisi e, soprattutto, come la PAC funzionerà dentro i nuovi piani nazionali.
Perché un bilancio più piccolo può comunque difendere l’agricoltura, ma soltanto se le risorse destinate al settore rimangono riconoscibili, prevedibili e realmente accessibili alle aziende.
Il compromesso deve ancora essere trovato.
E alla fine la questione non sarà soltanto chi avrà subito il taglio maggiore. Sarà capire quali politiche l’Europa considera davvero indispensabili quando le risorse non bastano più per finanziare tutto allo stesso livello.
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