“In un momento in cui i cambiamenti centenari accelerano e la situazione internazionale è caratterizzata da caos a seguito di cambiamenti, il mondo si trova di fronte a un nuovo bivio. Sapranno Cina e Stati Uniti superare la ‘trappola di Tucidide’ e inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra grandi potenze?” È Xi Jinping che parla in occasione dell’incontro con Trump il 14 maggio scorso. È lui che usa il termine caos per descrivere lo stato attuale del mondo. Come siamo giunti a questo punto, e quando?
“Nell’istante in cui entrano in scena i primi Stati contrassegnati da una tendenza planetaria – quindi oggi –, in quest’istante anche la questione della libertà dei mari diventa assoluta a livello planetario… Grozio parlava come un dominatore di uno stretto marittimo che fosse posto sotto assedio…”. Si sta parlando dello stretto di Hormuz? No, chi scrive è Franz Rosenzweig e siamo nel 1917, durante la Prima Guerra mondiale. Globus è un abbozzo di teoria storico-universale dello spazio, scritta dal filosofo ebreo che sarà l’autore di La Stella della redenzione. Geopolitica ha a che fare con filosofia e teologia, quindi? Certamente. Scriveva Oswald Spengler in quegli stessi anni (Il tramonto dell’Occidente è del 1918) che il pensiero tecnico ha un’origine religiosa, e un’epoca irreligiosa perfettamente cosmopolita è un’epoca di decadenza.
Entrambi questi autori sono ricordati nel saggio ora dedicato da Massimo Cacciari e Roberto Esposito al Kaos (Il Mulino 2026). Due filosofi scrivono il miglior saggio di geopolitica della nostra epoca. Con buona pace di chi pensa alla geopolitica come affare di strategie militari e di intelligence.
Perché ‘epoca’, ‘epocale’? Perché il tempo attuale è di rottura. Dopo un secolo e più di dominio americano, dopo una guerra fredda di prolungato equilibrio, dopo un ordine giuridico internazionale condiviso, dopo una globalizzazione che ci aveva illusi, siamo ora entrati nel disordine globale. Nel Kaos, appunto.
Kaos vuol dire: vuoto. La terra ci si apre sotto i piedi e si spalanca l’abisso. Il libro più volte citato da Cacciari, il Faust di Goethe, narra questo abisso. L’abisso senza fondamento, esplorato da Faust nella discesa alle Madri: una “lontananza eternamente vuota”. Ma la volontà di potenza che oggi guida il mondo non è più compagna, come in Nietzsche, all’antica Madre: la Terra non ci può essere dimora, scrive Cacciari (p. 32). L’uomo faustiano vuole ora proiettarsi oltre: verso il Mare-Oceano prima, verso lo Spazio extra-terrestre poi. L’epoca dei “grandi spazi” (tema ripreso da Carl Schmitt) è questa: non più limiti, limes, a confinare la spinta scatenata delle potenze mondiali. Potenze essenzialmente tecniche, “aeree”, cui lo Stato fatica a star dietro. Le lascia libere e senza regole come in America, prova a controllarle come in Cina: in entrambi i casi ne dipende.
Ma quale Fine persegue la Tecnica? Verso dove ci guida? Qui davvero il senso del vuoto ci prende, e dà le vertigini. Perché la Tecnica non sembra guidarci verso alcun Fine. Forse la competizione tra le due grandi potenze, America e Cina, sarà frenata, “trattenuta” dall’unico sistema tecnico-economico-finanziario mondiale il cui interesse è di procedere insieme? È possibile, ma è altrettanto possibile anche l’opposto: che il sistema tecnico-economico sia invece interessato alla “grande catastrofe”, a liberarsi dal vecchio Politico per dar vita a un Nuovo Inizio. È certamente questo il mutamento di stato che ha in mente Peter Thiel, l’imprenditore-filosofo della Silicon Valley (qui non citato, ma immagine calzante di una visione apocalittica della tarda modernità).
Quale ulteriore alternativa, del resto, sarebbe possibile tra quella “frenante”, catecontica da parte delle istituzioni tecno-economiche globali e quella di un conflitto apocalittico da esse scatenato? Solo un governo mondiale, il Weltstaat. L’idea di Alexandre Kojève (nelle lezioni su Hegel degli anni 1930), che alla fine della storia non ci sarà più conflitto, né lotta né azione, né politica, e l’uomo rientrerà nella natura come un animale. Cacciari riserva a una lunga, densissima nota (p. 49-50) il compito di smontare questa prospettiva. Uno Stato mondiale sarebbe l’unico in grado di passare a un sistema di equità-Giustizia per tutti. Ma per farlo occorrerebbe una tale abbondanza di risorse, che solo Macchine intelligenti potrebbero sollevare l’uomo dalla pena di produrle. Ma questa Macchina, questa AI, sarà a sua volta controllata da chi? da un’altra Macchina che eviti l’irrazionale presenza del Politico? (Ma lo Stato stesso non è la ‘machina machinarum’ ricordata da Schmitt?) E così via, in un regresso all’infinito?
Altrove (Il potere che frena, 2013), Cacciari aveva chiarito che le potenze tecniche scatenate non tollerano alcun nomos ad esse superiore, alcun Politico che le ‘riordini’. Qui siamo, ora.
Se la grande ondata dell’Occidente si va ritirando (p. 45), quale spazio resta alla prassi politica? La domanda rimane sospesa: certo non si ritorna indietro, all’equilibrio precedente l’attuale rottura epocale. La novità viene semmai negli ultimi decenni dall’Asia: oggi Occidente e Oriente si trovano faccia a faccia senza territorio di mediazione (che era rappresentato un tempo dalla grande Russia, ormai ridotta al principato di Mosca). Le due potenze, i due Grandi Spazi si confrontano con una forza animale.
Il tema è ripreso da Esposito (p.90 ss) che spiega la grande geopolitica del passato XX secolo, essenzialmente tedesca prima, e americana poi. In alcuni casi, come Henry Kissinger, congiunte: l’emigrato ebreo tedesco i cui parenti muoiono nei campi di sterminio che diviene Segretario di Stato americano per mezzo secolo. La geopolitica agisce nella dialettica di ordine e chaos, e misura le forze proprie ma soprattutto quelle dell’Avversario. Con cui occorre convivere. L’equilibrio di Kissinger retto sulla forza, sui colpi di stato in America latina, e sull’apertura (alla Cina nel 1971) era stato preceduto da quello di Georg Frost Kennan, anni ’50, che comprende e riconosce l’Avversario. La Russia sovietica di allora era letta come potenza insicura, insicurezza che risale all’antico nazionalismo russo in cui offesa e difesa sono inestricabili. E soprattutto, il comportamento della leadership russa era letto come parziale riflesso del nostro comportamento nei suoi confronti. “Lezioni” non più seguite dopo il 1989.
Ma il contributo di Esposito vola molto alto. Chiarisce il rapporto tra geopolitica e metafisica. L’idealismo di Hegel (o da noi di Gentile), non è trascendente perché vede tutto nello spirito del mondo, la sua fenomenologia è atea spiegava Kojève. Invece proprio il realismo politico, quello di Tucidide-Machiavelli-Weber, lascia libero uno spazio trascendente ai propri confini. Atene e Sparta (la guerra del Peloponneso di Tucidide) possono disperatamente volere la pace; il Principe di Machiavelli può unire il territorio dell’Italia divisa; il politico weberiano può seguire anche l’etica della convinzione oltre a quella della responsabilità. In un punto matematico, quindi inesistente, il possibile e l’impossibile si toccano. Ne conclude Esposito (p. 97):”la forza morale, per chi fa politica, sta nella consapevolezza che il limite tra possibile e impossibile è infrangibile, ma non possiamo rinunciare a battere contro di esso nel vano tentativo di passare dall’altra parte”.
Era il punto di vista di un altro esperto di geopolitica, anch’egli tedesco emigrato in America, Reinhold Niebuhr, che fu consigliere di quel Marshall cui dobbiamo il Piano che ne porta il nome. “La costruzione di una comunità mondiale è una necessità e una possibilità ultima, ma è anche un’impossibilità ultima” egli scriveva nel 1944. L’impossibilità deriva dalla stessa natura umana che è di una creatura finita, legata al tempo e allo spazio e incapace di costruire una cultura e una civiltà che superino quei limiti. Il pessimismo realista di Niebuhr non gli impediva di elaborare Piani che hanno cambiato la faccia del mondo occidentale. Mentre l’Oriente era impegnato a costruire il proprio Piano socialista. Coincidenze stellari. Ma oggi? Qualsiasi idea stessa di piano, osserva Cacciari, questa idea “socialista” (ancora presente in Kojève in quegli stessi anni del dopoguerra) si scontra con il disincanto di Weber, a maggior ragione oggi nell’epoca del capitalismo ‘impaziente’ e di rottura. Resta il nucleo tragico della geopolitica: pensare tragicamente per evitare la tragedia.
Eppure, dal quadro manca la Cina e non possiamo farne colpa agli autori. Certo, essi escludono, e la geopolitica con essi, la possibilità di un unico Impero o anche di un mondo unipolare (p. 117). Ma cos’è la visione geopolitica per la Cina?
È notevole che, nell’incontro appena svoltosi a Pechino tra Trump e Xi Jinping, sia stato quest’ultimo a citare la necessità di evitare la trappola di Tucidide, per cui una potenza in declino e una in ascesa sono destinati alla guerra. Un classico del pensiero d’Occidente letto da un potente d’Oriente. Ma l’Occidentale è in grado di leggere l’Orientale?
Kojève aveva immaginato un futuro in cui alla società borghese del Cittadino farà seguito uno Stato universale e omogeneo. È l’Impero socialista. Esso non avrà nemici, non dovrà far guerre all’esterno. All’interno, non ci saranno gruppi politici esclusivi. Il cittadino dell’Impero non sarà un guerriero. Non sarà né un governante né un governato. Non sarà cittadino che nella e grazie alla sua eguaglianza ed equivalenza con tutti gli altri uomini in generale. E lo statuto del cittadino sarà lo statuto dell’essere umano in quanto tale. Lo Stato dovrà vigilare a che ogni statuto sia conservato.
Per paradosso, lo Stato universale e omogeneo così tratteggiato (nel 1943) presenta i tratti, non delle democrazie liberali (come ha poi sostenuto Francis Fukuyama) ma dell’Impero socialista cinese. La forma assunta dal capitalismo politico di Stato cinese è abbastanza in linea con queste previsioni. Lavoro per tutti, anche se non tutti hanno gli stessi diritti. Nessun diritto politico, ma diritti di proprietà possibili ed accumulabili. Lo Stato come Terzo imparziale, almeno fintantoché non sia in discussione il suo dominio sulla società.
L’antica dottrina cinese del Tianxia,”Tutto sotto il Cielo”, concepiva il mondo non come stati-nazione, ma come un’unica comunità globale, ordinata e armoniosa sotto la guida del “Figlio del Cielo”. Una visione ripresa nel pensiero di intellettuali vicini a Xi Jinping. Potrebbe essere questa la direzione futura della Cina, e con essa dei Sud del mondo? O invece sarà una rinnovata visione imperiale, in cui i paesi vicini alla Cina (la provincia ribelle di Taiwan, la stessa Corea, tutto il Mar Cinese meridionale) sono dei semplici tributari, come erano nell’antico Impero?
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Anita Romanello
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