Eugenio Colorni e il sogno dell’Europa


Ci sono parecchi elementi e alcuni dai tratti perfino romanzeschi che rendono paragonabile al racconto di un mito ciò che sta intorno al Manifesto di Ventotene: il mare, l’isola, il confino, quel misto di vento e di solitudine che possiamo immaginare avvolgesse gli incontri di Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, gli ideatori e gli estensori di questo originale testo, e spingesse le loro idee oltre i limiti imposti dalle circostanze della situazione politica. Quel che sopravvive di loro, nella forma di mito, appunto, è il sogno di un’Europa intuita durante il confino, fra le pietre di una geografia situata ai margini della Storia e paradossalmente, proprio in quanto priva di rapporti con il resto del mondo, candidata a diventare il laboratorio politico e morale di un tempo che si sarebbe potuto compiere e invece non si è compiuto. Questo rende affascinante la storia narrata nel libro di Massimiliano Coccia: Eugenio Colorni. Per un’Europa libera e unita (Prefazione di Liliana Segre, Giuntina, p. 187, euro 18). Poco importa se la formula di federazione europea prefigurata da Colorni, Rossi e Spinelli si sia concretizzata nelle forme auspicate o se ancora oggi aspettiamo di realizzarla. La loro esperienza, a prescindere dai risultati, rappresenta uno degli incroci più attesi del secolo scorso, quasi a testimoniare che di fronte a un Novecento sporcato dal sangue delle guerre e spaventato dagli orrori dei totalitarismi se ne ergesse un altro più luminoso. Il Novecento migliore, quello di cui a volta ci sentiamo orfani, transita da Ventotene, dai ragionamenti di tre confinati, dalle loro paure e dalle loro speranze, e le parole che compongono quel testo, pur se frutto di precise circostanze ambientali, contengono il respiro di un’epoca che desiderava essere figlia di una Storia più innocente. 

Questo indicano le testimonianze dei documenti, a cominciare dalla Prefazione al Manifesto di Ventotene, uno dei testi in appendice, che porta la data del gennaio 1944 e la firma di Eugenio Colorni: «I presenti scritti sono stati concepiti e redatti nell’isola di Ventotene, negli anni 1941 e 1942. In quell’ambiente d’eccezione, fra le maglie di una rigida disciplina, attraverso un’informazione che con mille accorgimenti si cercava di rendere il più possibile completa, nella tristezza dell’inerzia forzata e nell’ansia della prossima liberazione, andava maturando in alcune menti un processo di ripensamento di tutti i problemi che avevano costituito il motivo stesso dell’azione compiuta e dell’atteggiamento preso nella lotta». Leggiamo questo frammento insieme ad alcune lettere di Colorni a Spinelli del 1943 e a qualche articolo dello stesso Colorni per quotidiani, che risale al 1944. Ma l’appendice serve a completare l’accorata ricostruzione biografica uscita dalla penna di Coccia. La vita di Colorni non segue un andamento lineare, anzi procede a ritroso, inverte il corso dei fatti, comincia cioè dalla morte avvenuta per aggressione fascista nella primavera del 1944, pochi giorni prima che arrivassero a Roma gli Alleati, retrocede alla fuga dalle aree interne della Lucania (Montemurro, Pietragalla e Melfi, dove Colorni visse con la sua famiglia dopo il trasferimento da Ventotene), retrocede ancora di più alla permanenza a Ventotene che avrebbe dato il nome al progetto politico. Il confino sull’isola, il confino in Lucania, l’attività nella Roma occupata: sarebbe questo lo schema cronologico. Ma qui l’espediente del racconto a stile di gambero aggiunge suggestioni a suggestioni, come se l’autore, partendo dalla fine, avesse in mente di restringere l’occhio della propria macchina fotografica su un punto preciso di questa vicenda: non la morte di un uomo, ma il germinarsi di un’idea, non la fine del sogno ma la sua nascita, quell’Europa unificata secondo lo schema federativo. 

Fotografi di Marica Massaro – Wikimedia Commons.

Non bisogna avere timore nel definire tutta questa materia con il termine utopia e di correre, così facendo, il rischio di astrazione: di quale Europa parlare, se non interpretandola come patria comune, in un momento drammatico per il vecchio Occidente com’erano i primi anni Quaranta? Ma non si è mai trattato di un progetto astratto e, se anche talvolta siamo stati sfiorati dal dubbio, ciò che nella Prefazione al Manifesto di Ventotene viene definito «processo di ripensamento» non può non avere i contorni di un’utopia sia per la tensione etica che i tre autori seppero imprimere alla loro esperienza quotidiana, sia per il loro essere stati profeti mancati, potenziali visionari in balia delle correnti d’aria, sognatori a occhi aperti di fronte alla visione di un futuro che in ognuno di loro agiva spostando sempre più in avanti la frontiera di un soggetto politico mai pronunciato prima di allora e già proiettato nel domani. È questo il vero cuore di un discorso che sarebbe da ripetere all’infinito. 

La Storia del secolo, pur avendo imboccato il tunnel del male, a Ventotene incontrava la sua redenzione ed è questo che rende affascinante fino all’inverosimiglianza il racconto di Ventotene e dell’Europa che fu intuita tra le sue spiagge da intellettuali che lanciarono il cuore oltre l’ostacolo, agirono con il coraggio degli eroi e l’innocenza dei martiri. «Eugenio si diceva antifascista e lo era» scriveva di Eugenio Colorni sua moglie, Ursula Hirscmann; «diceva rivoluzione e cospirava; rideva in faccia alla morte e morì da eroe». Ursula Hirschmann è una donna che le pochissime fotografie presenti nel libro ritraggono talvolta sorridente, talvolta no, ma sempre con qualcuna delle figlie in braccio, a ribadire il ruolo di madre più che il ruolo di compagna al fianco di quest’uomo. Pensava di comporre una biografia del marito, ma riuscì a scrivere solo qualche pagina a cui diede un titolo di grande suggestione: Noi senza patria. Vale per la loro vicenda sentimentale, ma anche per la generazione a cui appartenevano: una generazione che, non riconoscendosi più in una patria, aveva creduto di trovarla in un’Europa ideale. L’immagini di patrioti senza patria disegna perfettamente i contorni del mito e anche se appare del tutto inaspettata la fuga di Colorni dalla Basilicata a Roma, messa in atto approfittando di una visita medica prevista a Potenza, la figura di Ursula rimane la prova più tangibile di come anche nelle contraddizioni dell’esistenza si nascondono le ragioni di un incanto. «Melfi è una piccola pagina dentro una storia più grande ed è forse l’ultimo posto dove Ursula ed Eugenio provarono a essere felici» riflette Massimiliano Coccia. «Melfi non è Ventotene, si può fuggire; Melfi non è un’isola, è un’ansa di meridione e chissà la tristezza che le scarpe di Colorni avranno calpestato mentre risaliva il mezzogiorno, chissà se avrà sentito in qualche folata di vento l’odore delle sue figlie amatissime, a cui aveva appena esortato “a considerare l’amore come la cosa più seria ed importante della vita”». 

Il legame tra i due coniugi ha i contorni di un soggetto cinematografico e quando, nella Roma occupata, Colorni si legherà sentimentalmente a un’altra donna, il suo rimane un destino anomalo, quello di un uomo in bilico su una linea di confine tra la sfera pubblica e la sfera privata tanto che nel film potenziale sulla sua vita – il film che su di lui ciascuno immagina, leggendo il libro – ritroviamo i tratti di una figura difficilmente circoscrivibile nelle categorie comuni. Dovremmo domandarci quante identità assunse in quel breve tratto di anni: intellettuale d’origini ebraiche, studioso di Leibniz, marito e padre di tre figlie, attivista nelle file dell’antifascismo romano, direttore di giornali, cittadino di una Capitale insidiosa e malfidente che abbiamo imparato a conoscere attraverso le pellicole del neorealismo. Può bastare a comporre il ritratto? Forse no. Forse dovremmo domandarci se in qualche stanza della storia passato albergasse già la sua idea di Europa o se fu Ventotene a ispirarla. In entrambi i casi si tratta di un chicco di grano lanciato nel tempo successivo che ancora aspetta di dare frutti.


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 Anita Romanello

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