Nel luogo oscuro del mito


La ciclica irruzione del sacro nel quotidiano delle civiltà al collasso ha raggiunto anche il Tardo Occidente. Sotto la paccottiglia un po’ ipocrita di alcuni capi di stato che si affidano a maghi, ministri evangelici o a un bellissimo libro risalente all’Età del bronzo, c’è qualcosa di autentico e violento – come solo il sacro può essere – che va preso molto sul serio se vogliamo capire il cambio di paradigma che sta investendo in modo trasversale tutto ciò che credevamo di conoscere. Solo fino a qualche mese fa ci sarebbe sembrato impossibile ascoltare dalla bocca di un politico frasi che sembrano uscite da un’omelia crociata pro recuperatione o dalla bocca di un antico sacerdote di un racconto fantasy. Il residuo intellettuale illuminista, legalista, umanista che ancora sorregge una zona del pensare politico e una precisa fascia generazionale tra i cinquanta e gli ottanta, stenta a credere che “guerra santa” e realpolitik non solo vadano a braccetto ma si sovrappongano tranquillamente. Eppure, this is the end my only friend ed è tempo di guardare in faccia il complesso di Edipo che ci lega a Padri e Madri che non ci parlano più.

Di fatto sta già accadendo in altre fasce d’età, più giovani, più orfane rispetto ai freak archetipici del grande Circo Barnum del Novecento, che un po’ come il funambolo morto di Zarathustra noi vecchi nostalgici ci trasciniamo dietro in un’elaborazione del lutto ormai cronicizzata. Altri immaginari, perfino altre cosmovisioni in nuce stanno bulicando nelle teste di chi oggi ha quattordici o vent’anni e bypassa Antropocene ed Ecoansia ascoltandosi i nuovi trovatori, Gemitaiz, Kid Yugi, o preparandosi al peggio, magari senza saperlo, in qualche gioco Open World. La grande mappa cognitiva del Dopo ha accettato il passaggio dell’AI e si sta moltiplicando e autodefinendo ad altissima velocità, ma c’è qualcosa che incistato nella cronofagia e nella nuova vertigine da bungee jumping sta fermo con l’immobilità del mito. Perché, mentre il sacro è manipolabile, è riducibile a propaganda e religione, il mito richiede un’antropologia d’approccio molto diversa, che non è solo politica ma poetica. E il poetico richiede molto ascolto prima di ogni proclama.

Il canto della Foresta Rossa (Exòrma 2026) di Alessandra Pescetta mi ha fatto subito pensare che ci sono luoghi reali in cui possiamo incontrare il mito e il suo grumo di archetipi, metamorfosi e visioni guardandolo direttamente in faccia, mentre si agita e sperimenta formule ibride di vita e non-vita, come nell’Area X di Jeff VanderMeer. Il luogo dei luoghi nell’Atlas Obscura di queste mitogenesi è la Zona di esclusione che circonda Chernobyl, un laboratorio estremo di possibilità biologiche ed ecologiche, ma anche un calderone faustiano in cui il disastro, la contaminazione, ci fanno sporgere sul cratere dell’immaginazione non-umana nella sua essenza più aliena. Per quanto il nostro esclusivismo di specie ci rappresenti come gli unici viventi della Terra in grado di immaginare, c’è chi si chiede invece come pensano le foreste, cosa senta un ghiacciaio, e non solo nei mondi indigeni ma anche in una parte di Occidente che è alla ricerca di epistemologie miste, di prospettive reversibili, di altri modi di pensare la Territà.

Chernobyl, in questa prospettiva, si configura come l’eterotopia in cui la ybris demiurgica di Homo faber collassa e l’assurda pretesa mitopoietica di Homo narrans si scioglie e si svela in tutta la sua incendiaria tossicità. Perché il mito non si fa, il mito si vede, e anzi, è lui che vede te come un animale nascosto nella notte. Chernobyl è appunto questo animale, un animale enorme come il Mord di Borne di VanderMeer, fatto di piante, animali, materia organica, inorganica, residui di civiltà, un mostrum, un prodigio, un mostrarsi del mistero che va avvicinato con coraggio epistemologico e poetico. Per questo il libro di Pescetta mi ricorda, non a caso, quei codici miscellanei tra medioevo e rinascimento in cui miniature fantastiche e scritture di generi diversi si mescolavano per provare a perimetrare l’imperimetrabile. Immagini fantastiche ottenute mischiando tecnica analogica, digitale e generativa. Testi narrativi, poetici, diaristici. Cronaca, favola, intervista. Ma soprattutto il nucleo centrale di versi, in cui il prospettivismo di Viveiros de Castros suggerisce all’autrice di dare voce al luogo, ai non-umani, anche alla massa non-vivente per intercettare con le parole quel grumo di mito alieno.

Ma perché andare a pescare immagini in una fonte così bruciante? Furio Jesi ci ha messo in guardia dalla macchina mitologica, le ha opposto il pensiero critico, cercando nella ragione il lume per rischiarare lo squallido e potentissimo gioco d’ombre di tutte le retoriche fasciste. Proprio per questo bisogna infatti andare a Chernobyl, e altrove, a cercare mitofanie sorgive e perturbanti, per non lasciare il discorso mitico a una parte sola, a chi ama le idee senza parole e fa propaganda e genera controllo delle masse con miti paralizzanti. Stato, sicurezza, nazione, immaginazione, sacro, mito, mistero sono aree occupate dalle destre estreme in maniera superficiale e banalizzante, aree che le sinistre si sono lasciate soffiare da sotto il naso e che hanno velocemente abbandonato per paura di macchiarsi di connivenza, ma l’urgenza è invece quella di riappropriarsene intellettualmente e poeticamente per renderle anche politiche. Chernobyl, nel suo essere questione politica e poetica, in bilico tra prima metonimia dell’ecocidio e cosmovisione sul nascere, è il terreno d’elezione per provare questo recupero necessario.

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Lo mostra, tra le altre cose, l’insistenza creativa che la Zona ha saputo catalizzare, diventando soggetto di esplorazione e ispirazione, da The weird and the eerie di Mark Fisher a Una passeggiata nella zona di Markijan Kamyš a una presenza più indiretta e vischiosa come in Terminus radioso di Antoine Volodine. Per Pescetta, però, c’è qualcosa che ci attira alle sorgenti del mito: «Qui la Foresta Rossa parla come madre ferita e custode di antichi riti. “Camminare all’indietro” era un gesto rituale nelle tradizioni slave: serviva a proteggersi dal male, a invertire il tempo, a tornare alle origini. È la foresta stessa che invita a ricordare quando la terra era sacra, quando si offrivano pane e miele al suolo, si versava latte nelle crepe perché fosse fecondo, si accendevano i falò della notte di Kupala e ci si gettava nei fiumi alla ricerca del fiore che non esiste, si legavano stoffe ai rami come ex voto per guarire le ferite invisibili. Ora la foresta è tornata come un giovane bosco di betulle e arbusti, fragile e vitale al tempo stesso. È una terra che continua a trasformarsi, che arde e rifiorisce insieme» (p. 85).

Tra new weird e retrofuturismo, tra horror e fantasy, tra epica postumana e haiku di mutazioni, Chernobyl sembra aprirsi a un ventaglio di generi narrativi e poetici quasi illimitato. Nonostante questa sua attualità generativa, dietro bizzarrie dell’abbandono e anomalie genetiche, a me pare di intravedere però, tanto a Prypiat quanto nel libro di Pescetta, il vero gioco d’ombre preplatonico, preneolitico, fatto di teriomorfi, ibridi e spettri che qualche sciamana o sciamano ha dipinto in una grotta profonda. Oggi che l’arte preistorica, manipolata magari senza troppo conoscerla, sta diventando un vasto bestiario di metafore per ripensare il presente e il nostro rapporto con il Tempo, la Zona ci ricorda che il mito lampeggia nei campi morfici che riusciamo a preparargli, esche secche, a volte tossiche, in cui qualcosa di inedito, alla fine, si accende e arde senza di noi. Quante braci radioattive bruceranno e foreranno la mappa del nostro futuro anteriore? Quale stalker ci guiderà in geografie del collasso che nessuno ha ancora cartografato? Un umano? Un animale? Eccolo girare in un rosso sempre più intenso, «finché di colpo – come dice Ted Hughes – con acuto e caldo puzzo di volpe / non entra nel buco scuro della testa».


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 Anita Romanello

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