Meloni vuole fermare gli ETS, ma a Bruxelles trova il muro europeo


La premier chiede una sospensione dei permessi sulle emissioni e più libertà di spesa. L’Ue si divide mentre si tratta su agricoltura e Ucraina.

Giorgia Meloni chiede all’Europa di fermare il sistema ETS, che obbliga le imprese ad acquistare permessi per le emissioni inquinanti. La premier porta la proposta al Consiglio europeo, convinta che il meccanismo stia aggravando le difficoltà dell’industria italiana, già alle prese con il caro energia. Ma a Bruxelles l’intesa è tutt’altro che vicina. I governi si dividono sulle regole ambientali e sulla possibilità di concedere maggiori margini di spesa agli Stati.

«Gli Ets rischiano di massacrare la nostra industria», avverte Meloni davanti ai colleghi europei.

La battaglia riguarda direttamente la prossima legge di bilancio italiana. E si intreccia con altre due trattative che stanno impegnando il Consiglio: la difesa dei fondi agricoli e il sostegno all’Ucraina.

Lo stop agli ETS diventa la prima richiesta italiana

Meloni parte dai costi sostenuti dalle aziende. Attraverso il mercato europeo delle emissioni, le imprese devono acquistare quote per la CO₂ prodotta. Una spesa che si aggiunge alle bollette e che, secondo il governo italiano, rischia di ridurre ulteriormente la competitività dell’industria.

La preoccupazione è condivisa da Confindustria. Il presidente Emanuele Orsini teme che le aziende possano «finire spazzate via, ci sono in gioco 50mila posti di lavoro».

A pesare è anche l’aumento dell’inflazione e delle bollette, che continua a incidere sui costi di produzione e sui consumi delle famiglie.

Per alleggerire questa pressione, Roma chiede di sospendere temporaneamente alcune disposizioni e posticipare di due anni, dal 2028 al 2030, l’estensione del sistema ETS ai trasporti e agli edifici.

Una proposta sulla quale l’Italia cerca alleati, trovandoli soprattutto tra i Paesi più critici verso le politiche ambientali europee.

Grecia e Paesi dell’Est con Roma, Germania indecisa

Al vertice dei capi di Stato e di governo, Meloni ottiene il sostegno della Grecia e dei Paesi di Visegrad, cioè Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Dall’altra parte ci sono i governi scandinavi e quelli tradizionalmente più rigorosi nel difendere le regole europee. Non intendono smantellare il sistema costruito per ridurre le emissioni e finanziare la transizione energetica.

In mezzo prova a muoversi Friedrich Merz. Il cancelliere tedesco conosce le difficoltà dell’industria nazionale, colpita dall’aumento dei costi, ma Berlino ha contribuito alla costruzione del mercato ETS e non vuole rinnegarlo.

Merz preferisce aspettare le valutazioni del ministro delle Finanze Lars Klingbeil. Emmanuel Macron lascia intravedere qualche apertura, senza assumere impegni precisi.

Il premier greco Kyriakos Mitsotakis avverte che andare avanti senza modifiche potrebbe compromettere la tenuta industriale del suo Paese.

La trattativa si arena proprio su questo punto. Roma insiste per ottenere un intervento immediato, mentre gli altri governi non riescono a concordare neppure una soluzione provvisoria.

Dietro lo scontro c’è la prossima manovra italiana

Il confronto sui permessi ambientali ha conseguenze dirette sui conti pubblici.

Meloni vuole che le spese necessarie a contrastare la crisi energetica possano beneficiare di maggiori margini di flessibilità europea. In questo modo il governo avrebbe più risorse da destinare alle imprese e alle famiglie senza dover comprimere ulteriormente gli altri capitoli della legge di bilancio.

Bruxelles ha già concesso spazi aggiuntivi per finanziare progetti legati alla transizione e alla sicurezza energetica. Per Palazzo Chigi, però, non bastano.

Tra gli interventi che l’esecutivo vorrebbe sostenere figurano gli aiuti alle aziende e misure come l’ecobonus al 65%.

Meloni chiede anche di considerare l’aumento dell’inflazione un fattore rilevante nell’applicazione del Patto di stabilità, così da ottenere maggiore libertà nella gestione della spesa.

I governi più rigoristi continuano invece a opporsi a nuove deroghe. E mentre la premier prova ad aprire un varco sulle regole di bilancio, la discussione si sposta sui fondi europei destinati ai territori e all’agricoltura.

Meloni difende la PAC e i finanziamenti alla coesione

La seconda partita riguarda il bilancio pluriennale dell’Unione e, in particolare, le risorse per la Politica agricola comune.

L’Italia chiede di tutelare gli stanziamenti destinati alle aziende agricole e ai programmi di coesione territoriale, considerati indispensabili per sostenere produzione e investimenti.

«Non si possono reperire risorse tagliando su coesione e politica agricola che sono la precondizione per la competitività», sostiene la presidente del Consiglio.

La richiesta nasce dalle difficoltà di un settore che continua a pagare i rincari di carburanti e fertilizzanti, oltre ai danni provocati dagli eventi climatici. Le guerre hanno contribuito ad aumentare ulteriormente i costi.

Per Roma la produzione alimentare è una componente della sicurezza europea. Ridurre gli aiuti significherebbe indebolire proprio una delle attività sulle quali l’Unione può contare per la propria autonomia.

La proposta europea sulla futura PAC alimenta così un confronto sui finanziamenti, sulla loro distribuzione e sulle garanzie da offrire agli agricoltori.

Dieci miliardi recuperati, resta il taglio alle emergenze

Il ministro Francesco Lollobrigida rivendica un primo risultato ottenuto durante le trattative: il ritiro della proposta di ridurre del 22% gli stanziamenti agricoli.

Secondo i calcoli dell’esecutivo, questo passaggio avrebbe consentito all’Italia di recuperare nove miliardi di euro. Aggiungendone un altro, la disponibilità complessiva arriverebbe a dieci miliardi.

Ma il negoziato non è finito. Rimane la proposta di ridurre di 2,5 miliardi la riserva europea destinata alle emergenze agricole.

Lollobrigida la definisce «una follia».

Il fondo serve a intervenire quando le aziende devono affrontare crisi improvvise, difficoltà dei mercati o danni alle coltivazioni provocati dal maltempo. Ridurlo significherebbe limitare le risorse disponibili proprio nelle situazioni in cui gli agricoltori hanno maggiore bisogno di sostegno.

Su questo punto il governo trova la sponda delle organizzazioni di categoria, che chiedono una PAC capace di finanziare anche gli investimenti necessari per rendere le imprese più competitive.

Fertilizzanti, carburanti e Coltivaitalia: gli aiuti del governo

Negli ultimi tre anni l’esecutivo ha destinato oltre 55 miliardi di euro al comparto agroalimentare.

Una parte delle risorse è servita a contenere le spese correnti: 36 milioni per i fertilizzanti e 100 milioni per i carburanti. Altri 50 milioni sono stati investiti nella promozione, con venti progetti italiani approvati sui 61 finanziati a livello comunitario.

È previsto anche un ulteriore miliardo attraverso Coltivaitalia, il provvedimento che comprende interventi per la zootecnia e l’olivicoltura.

Le organizzazioni agricole considerano questi stanziamenti utili, ma chiedono che siano accompagnati da un bilancio europeo adeguato.

Il presidente del Copa-Cogeca, Massimiliano Giansanti, insiste sulla necessità di semplificare le regole, favorire gli investimenti e aumentare la produttività, senza rinunciare al carattere comune della politica agricola europea.

Il confronto proseguirà anche al Forum internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione promosso dalla Coldiretti. Intanto, a Bruxelles, un’altra crisi torna a condizionare le decisioni dei governi: la guerra tra Russia e Ucraina.

Zelensky riprende gli attacchi alle raffinerie russe

Volodymyr Zelensky annuncia la ripresa dei raid contro gli impianti petroliferi russi, interrompendo la tregua energetica sostenuta da Donald Trump.

«Il divieto è stato revocato. Ne abbiamo abbastanza», dichiara il presidente ucraino.

Kiev accusa Mosca di aver continuato a colpire le infrastrutture ucraine mentre il proprio esercito rispettava l’intesa. La decisione di tornare ad attaccare le raffinerie segna quindi la fine del tentativo di proteggere gli impianti energetici attraverso la precedente iniziativa diplomatica americana.

La reazione russa arriva immediatamente. Vladimir Putin promette una risposta, mentre il ministro degli Esteri Sergei Lavrov interpreta le parole di Zelensky come una sfida diretta a Trump.

Lo scontro con Washington complica i rapporti tra Kiev e i suoi alleati europei, che cercano di mantenere aperto il dialogo con la Casa Bianca senza rinunciare al sostegno militare all’Ucraina.

Musk attacca Zelensky, mentre Kiev teme per Starlink

Le tensioni coinvolgono anche i collegamenti satellitari utilizzati dalle forze ucraine.

Dopo le accuse rivolte a SpaceX per le limitazioni della velocità dei terminali Starlink durante i raid russi, Elon Musk interviene pubblicamente contro il presidente ucraino.

«Il massacro continua… È ora che Zelensky se ne vada», scrive sui social.

La polemica riguarda un servizio che ha un ruolo importante nelle comunicazioni sul campo di battaglia. Per questo le difficoltà dei terminali alimentano le preoccupazioni di Kiev, già alle prese con le tensioni diplomatiche con Trump.

Tra le possibili alternative viene indicata Eutelsat, che ha registrato un forte rialzo in Borsa. Ma una sostituzione di Starlink non è una soluzione immediata, mentre le forze ucraine devono continuare a fronteggiare gli attacchi russi.

Patriot senza intercettori, Kiev chiede nuove forniture

Alle difficoltà nelle comunicazioni si aggiunge il problema delle difese antiaeree.

Secondo funzionari citati dalla CNN, l’Ucraina avrebbe esaurito le scorte di intercettori destinati ai sistemi Patriot, fondamentali per contrastare i missili russi.

Dopo aver incontrato il segretario generale della NATO Mark Rutte, Zelensky richiama l’attenzione degli alleati sulla necessità di continuare i rifornimenti.

«È importante che le forniture di difesa dai partner Nato continuino», afferma, indicando soprattutto gli intercettori contro i missili balistici e le munizioni per gli F-16.

Il Regno Unito, intanto, prepara nuovi missili Storm Shadow, che permetterebbero a Kiev di colpire obiettivi in profondità nel territorio russo.

Per Londra, gli attacchi contro le basi dalle quali partono i bombardamenti sulle infrastrutture civili ucraine devono essere considerati operazioni difensive.

Le forniture occidentali diventano così ancora più importanti per Zelensky, proprio mentre i rapporti con Washington attraversano una fase particolarmente difficile.

L’accordo sul diesel tra Trump e Mosca irrita Kiev e Meloni

A complicare il confronto arriva anche l’intesa energetica tra Stati Uniti e Russia.

La Casa Bianca sostiene che Trump abbia raggiunto un accordo per aumentare la disponibilità di gasolio sul mercato internazionale e contribuire alla riduzione dei prezzi.

Meloni considera l’operazione rischiosa per gli equilibri della guerra in Ucraina. Washington, invece, difende il negoziato e rivendica i vantaggi economici dell’intesa.

Secondo il Financial Times, gli Stati Uniti avrebbero avanzato anche una proposta per utilizzare parte dei beni russi congelati attraverso uno strumento finanziario sottoposto alla supervisione americana, nel tentativo di rilanciare le trattative di pace.

Si tratta di una prospettiva che aggiunge nuove difficoltà al confronto tra gli alleati.

A Bruxelles, dunque, Meloni si trova a discutere contemporaneamente di costi energetici, bilancio europeo e guerra. La priorità italiana rimane ottenere regole meno onerose per le imprese e margini di spesa sufficienti ad affrontare i rincari. Ma ogni decisione deve fare i conti con governi divisi e con un conflitto che continua a influenzare il mercato dell’energia.




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