L’intervista
(di Francesca Romana Riello) Il Direttore Generale della ULS9 Pietro Girardi parte dalle nomine dei primari; le liste d’attesa, il pronto soccorso, la carenza di medici arriveranno dopo.
Per lui il punto è un altro: una parte della qualità di un ospedale dipende da chi quel reparto è chiamato a guidarlo ed è da lì che sceglie di iniziare.
Fino a qualche anno fa il direttore generale poteva scegliere il responsabile di una struttura complessa all’interno di una rosa di candidati idonei, assumendosi fino in fondo la responsabilità di quella decisione. Oggi non è più così. Il primo classificato diventa automaticamente primario. «Le competenze sono il punto di partenza, ma sui primari bisogna tornare a poter scegliere. Un primario non è soltanto il medico più preparato o il chirurgo più bravo. È la persona che dovrà guidare un reparto, prendere decisioni ogni giorno, affrontare i momenti difficili e tenere insieme una squadra».
Poi si ferma un attimo e lascia cadere una frase che, in fondo, riassume tutto il ragionamento.
«Se sbagli il capitano, rischi di perdere tutta la squadra».
Non è un’immagine scelta a caso. Gli torna in mente l’esperienza all’Ulss di Legnago, quando decise di affidare la direzione dell’Ortopedia a un candidato che non era arrivato primo al concorso. La legge glielo consentiva. «Conoscevo quella persona prima ancora del professionista e sapevo che avrebbe fatto crescere il reparto». La rifarebbe anche oggi, lascia intendere. Con il tempo, dice, quella decisione si è dimostrata giusta.

«Si può essere il miglior chirurgo del mondo, ma questo non significa automaticamente essere il miglior direttore di reparto».
Qui il tono cambia leggermente. Non parla più soltanto di concorsi, ma di persone. Di carattere, di equilibrio, della capacità di tenere insieme un gruppo quando le giornate si complicano. Perché un reparto, osserva, non vive solo di interventi chirurgici; vive anche dei rapporti tra chi ci lavora. E in un periodo nel quale trovare medici è sempre più difficile, perdere professionisti per un clima interno sbagliato è un prezzo che il sistema sanitario non può permettersi.
È tornato alla guida dell’Ulss 9 dopo gli anni trascorsi a Rovigo, in quello che lui stesso definisce «il mio terzo mandato non consecutivo». Non dà l’impressione di chi voglia riprendere un lavoro lasciato in sospeso. «Ho trovato cose cambiate, ho trovato persone cambiate. È normale. Cambiano le organizzazioni, cambiano i bisogni dei cittadini e cambia anche il modo di fare sanità».
C’è però una convinzione che riaffiora più volte durante la conversazione.
«Ogni giorno bisogna prendere decisioni. Non sempre mettono tutti d’accordo, ma questo è il compito di chi dirige un’organizzazione complessa».
Il territorio prima dell’ospedale
Quando si passa alle liste d’attesa prende una penna e traccia sul foglio una specie di sommatoria. «È la somma di tanti problemi». Non uno soltanto. Una popolazione che invecchia, più richieste di visite ed esami, specialisti che in alcune discipline non si trovano più.
«Il sistema sanitario italiano resta una perla, perché garantisce cure a tutti. Ma non possiamo continuare a pensare che l’ospedale sia la risposta a qualsiasi bisogno di salute».
Le Case della Comunità entrano nel discorso quasi naturalmente. Non le presenta come la soluzione di ogni problema. Dice però una cosa molto chiara: funzioneranno solo se medici di famiglia, infermieri, specialisti territoriali e farmacie riusciranno davvero a lavorare insieme.
«Se una persona trova una risposta quando ne ha bisogno, difficilmente finirà in pronto soccorso. Il problema nasce quando quella risposta non arriva».
Per spiegare il perché delle liste d’attesa non ricorre a formule complicate.
«La vera origine è una domanda che cresce più velocemente dell’offerta».


Poi gli viene in mente un esempio.
«Ho bisogno di un dermatologo. I dermatologi sono pochi. Perché? Perché molti preferiscono andare nel privato, dove guadagnano di più». Fa una breve pausa. «È inutile far finta che questo non pesi». Lo stesso ragionamento, aggiunge, vale anche per altre specialità è anche per questo che il pronto soccorso, fatica sempre di più ad attirare giovani medici.
Sui medici di famiglia la sua idea è diversa. «Oggi vengono pagati soprattutto in base al numero degli assistiti, non per le prestazioni che erogano». Secondo lui una medicina territoriale più presente non risolverebbe tutto, ma contribuirebbe ad alleggerire una parte della pressione che oggi si riversa sugli ospedali.
La previsione che fa è forse la più netta dell’intervista.
«Tra cinque anni il problema non saranno più i medici. Saranno gli infermieri e gli Oss».
Non alza la voce. Lo dice quasi come una constatazione. Turni pesanti, responsabilità sempre maggiori e stipendi che faticano a restare competitivi stanno rendendo queste professioni meno attrattive. «Non possiamo sorprenderci se tanti giovani scelgono altre strade».
Sull’intelligenza artificiale non mostra chiusure. Anzi. «La tecnologia deve liberare tempo medico». Oggi aiuta già nella lettura di Tac e risonanze, domani probabilmente farà ancora di più. Ma il punto, per lui, resta sempre lo stesso: quel tempo deve tornare alle persone, non essere riempito da altra burocrazia o da nuove incombenze.
Tra gli obiettivi del mandato c’è anche una collaborazione sempre più stretta con l’Azienda ospedaliera universitaria. Non ama soffermarsi troppo sulle differenze tra le due realtà. Preferisce tornare a quello che considera il principio da cui dovrebbe partire tutto il sistema sanitario.
«Il paziente non è ne dell’Ulss ne dell’Azienda ospedaliera. È il paziente».


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