Tra i primi soggetti che l’essere umano ha riprodotto in immagine come segno pittorico è stato l’animale: fin dalle origini dell’arte, il rapporto fra umanità e animalità è stato il fulcro naturale della vita, e dei suoi simboli. Un rapporto mutato drasticamente nel corso dei secoli, e che ha visto la quotidianità umana lentamente separarsi dalla presenza di altri esseri viventi, o ricodificarla del tutto. John Berger, nel suo saggio “Perché guardiamo gli animali?”, del 1977, ricordava addirittura che Omero mise sullo stesso piano narrativo la morte di un eroe e quella di un cavallo, nell’Iliade; a indicare l’assenza di una separazione tra i due mondi, perché il mondo che le specie formavano era uno solo.
Con l’avvento dell’epoca industriale, tra il XIX e il XX secolo, questa simbiosi, che si estendeva a una speciale empatia fra persone e animali, si incrinò: per spostarsi, al cavallo venne sostituita l’automobile; per arare, i buoi hanno lasciato spazio a nuove strumentazioni, e via dicendo. Con l’inizio di questo profondo fenomeno di marginalizzazione degli animali ha coinciso la nascita degli zoo, e quindi dei giocattoli a forma d’animale, e ancora la fotografia naturalistica, volta a “catturare” i dettagli di una vita distante dai paradigmi della nuova società, come avrebbe intuito Susan Sontag.
La colonizzazione del regno animale si estese attraverso mezzi che includevano tanto la violenza fisica quanto la rappresentazione; gli animali, da simboli, da esempio, da compagni, da aiuto, divennero l’ultima frontiera della frattura fra umanità e il mondo cosiddetto naturale.
Ma esiste una lettura che spesso non viene messa in atto, complice la marginalizzazione dal nostro mondo fisico e culturale di quello animale: vedere in altre specie il nostro stesso destino; sapersi uguali come condizione d’esistenza, scoprendo la possibilità di guardare il mondo da un punto di vista identico.
Questo è ciò che fa Nick Brandt (1964), nei primi due capitoli della sua mostra “The Day May Break. La luce alla fine del giorno” ora alle Gallerie d’Italia di Torino a cura di Arianna Rinaldo e visitabile fino al 6 settembre. Si tratta della prima occasione in ambito italiano in cui i quattro capitoli del grande lavoro dedicato all’emergenza climatica del fotografo britannico vengono esposti insieme.
Ad aprire la mostra sono appunto Chapter One, The Day May Break (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two, Sanctuary (2022) dedicato al paese boliviano. In questi capitoli trova realizzazione ciò che è stato premesso poco sopra: a essere ritratti – in un’unica ripresa – sono persone e animali che condividono una condizione esistenziale resa estrema dalle conseguenze che il cambiamento climatico ha provocato al loro territorio. Siccità, incendi, deforestazioni o inondazioni hanno portato via persone, case, bestiame, campi agricoli, obbligando alla migrazione intere famiglie. Nick Brandt fotografa alcuni testimoni insieme ai sopravvissuti animali delle stesse tragedie, come gli ultimi due esemplari di rinoceronti bianchi settentrionali, che ora vivono protetti nella riserva Ol Pejeta Conservancy in Kenya.
Nelle immagini non vediamo un dato di realtà estratto da una situazione reale, resa al contrario sotto forma di analogia, di associazione simbolica; l’animale non è più, allo stesso tempo, un’estensione subordinata dell’umano, quanto il correlativo oggettivo della sua stessa storia. Possiamo dire che il dito della fotografia punti non tanto su una situazione contingente, che non ci è mostrata, né sui colpevoli che l’hanno generata, né su una soluzione possibile, né giungono come un’ammonizione; la fotografia ricrea nel piano dell’immagine quel fulcro in cui i mondi coesistono.
Gli ultimi due capitoli ci vengono presentati invece in ordine invertito: troviamo prima il quarto, The Echo of Our Voices, Chapter Four (2024) realizzato in Giordania su commissione di Intesa Sanpaolo, e nell’ultima sala il terzo, SINK / RISE, Chapter Three (2023).
In questa fase si passa dall’assenza totale di acqua al suo eccesso incontrollabile: dalla sete al naufragio, dalla siccità del presente alla profezia dell’annegamento futuro.
In Giordania, Nick Brandt ha fatto del vuoto e dell’aridità del deserto l’area in cui innalzare vere e proprie torri: su alcune casse squadrate disposte in varie combinazioni piramidali, le famiglie a cui è stato introdotto sono state disposte in modo da occupare esattamente lo spazio concesso dal piedistallo. Si tratta di famiglie siriane sfollate a causa della carenza d’acqua di queste aree, abituate al movimento forzato per recuperare le risorse necessarie al sostentamento: immobili e compatti, in una posa ascendente, visibili uno a uno in volto, a occhi aperti di giorno o chiusi di notte, i soggetti fotografati da Nick Brandt danno forma al più fragile dei monumenti, pronto a smembrarsi finita la posa, sciolto il contatto fisico che unisce tutti i membri dell’opera. Una compattezza molecolare pronta a scindersi per trasformarsi di nuovo in una materia nomade, più divisa e incerta.
Il terzo capitolo, SINK / RISE, che va a chiudere il discorso della mostra, è l’unico a colori. Realizzato nell’arcipelago delle Fiji, vuole essere la previsione degli effetti dell’innalzamento del livello del mare e la conseguente sommersione dei litorali e delle tracce umane che vi esistono ancora. Fotografando i suoi soggetti sott’acqua intenti ad azioni quotidiane, Nick Brandt porta la normalità a prendere coscienza di un futuro che pare inevitabile.
Tutta l’opera di Nick Brandt pare incardinata su un processo che fa della metafora qualcosa di obbligatoriamente artefatto: se il linguaggio permette a questa figura retorica di sedere su un trono speciale accanto alle più arcane possibilità del verbale, la fotografia può renderla una costruzione tecnica complessa. Per questo motivo pare inevitabile trovare, alla fine della mostra, il dietro le quinte, ciò che normalmente non si svela, si tace come non necessario alla comprensione dell’immagine. Nick Brandt allestisce set composti di nebbie e fumi a base d’acqua, porta gli elementi necessari alla scenografia, fa in modo che gli animali possano convivere nella stessa scena con i soggetti che ritrae, sistema persone e piedistalli in mezzo al deserto, ricrea un set di posa sul fondale marino. La trasformazione della crisi nella sua simbologia è un’operazione costruttiva, meccanica, collettiva. Allo stesso tempo, il simbolo può fare il percorso inverso, tornare a casa, ridiventare un soggetto concreto, quando nelle didascalie leggiamo nomi e vicende.
La mostra di Nick Brandt è quindi anche questo uscire e tornare in sé dei soggetti che vediamo nelle immagini; il racconto di un’esperienza drammaticamente radicata nel contesto che viviamo e trasportata al di là dei confini della sua stessa narrazione.
Il giorno può rompersi, e la luce alla sua fine può essere quella di una piccola lampadina, oppure della luna che Nick Brandt ha scelto come sola fonte luminosa per le pose notturne nel deserto del Wadi Rum, oppure quella che filtra dalla superficie dell’acqua mentre, sotto, stiamo trattenendo il respiro. Dunque il giorno è un tempo che può interrompersi illuminato; la più diffusa retorica catastrofista sull’emergenza climatica cede il passo all’evidenza del messaggio che portano con sé le sue vittime e i suoi sopravvissuti.
La capacità di pensare per simboli – ancora in John Berger troviamo uno spunto, una guida – è la dote alla base del linguaggio, allo sviluppo di segni e suoni significanti qualcosa di diverso da loro stessi; se il simbolo è un’entità pre-linguistica, le immagini di Nick Brandt è naturale che mostrino persone che non parlano; non possono, non saprebbero farlo, noi non le capiremmo. Dovremmo immaginare quale lingua potrebbe nascere dal terreno simbolico in cui ci porta il lavoro di Brandt, curiosamente strutturato secondo una scansione letteraria: forse è un linguaggio che semplicemente esiste già, che non ha radici confinate a una geografia specifica ma quasi nessuno conosce sebbene abbia poche regole e facilissime.
In copertina Ben and his father, Fiji, 2023.
Nick Brandt – The day may break. La luce alla fine del giorno, a cura di Arianna Rinaldo
Gallerie d’Italia, Torino, aperta fino al 6 settembre 2026.
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Anita Romanello
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