Da Kyd a Arteta, una vendetta spagnola


Qualche settimana fa girava sui social questo video, in cui un tifoso dell’Arsenal grida a Pep Guardiola, allenatore del Manchester City: «Lascia che Arteta vinca il campionato! Lascia vincere qualcosa ad Arteta! Voi avete già vinto abbastanza! Ti odio, mi hai rovinato la vita». In quel momento, l’Arsenal veniva da due sconfitte consecutive, l’ultima delle quali proprio contro il City, che l’aveva raggiunta in testa alla classifica, mettendo a rischio una stagione in gran parte dominata; e se pensiamo che, solo un paio di settimane prima, i londinesi avevano perso la finale di EFL Cup ancora contro il City… Insomma, si stava materializzando tra i tifosi Gunners il fantasma di un nuovo, tragico, fallimento. A rendere ancora più emozionante il tutto, va aggiunto che questa sfida al vertice era quasi una questione familiare: Arteta è cresciuto in panchina proprio come vice di Guardiola; senza contare che entrambi si sono formati da giocatori nel FC Barcelona – per inciso, proprio come gli altri due tecnici di moda del momento: Luís Enrique, vincitore della Champions con il PSG; e Cesc Fàbregas, che in Champions ci ha portato il piccolo Como. Non è certo un caso: il gioco che i quattro propongono è (ognuno nelle sue differenze e specificità, sia chiaro) una rivisitazione in chiave contemporanea del calcio totale di Johan Cruyff, che nella capitale catalana aveva segnato un’epoca. Possesso palla, dominio del centrocampo, pressing alto e attacco: tanto spettacolo, ma anche tanta sostanza; in linea con il gusto del pubblico e lo spirito dei tempi. Ecco spiegato come il modello spagnolo domini attualmente il calcio continentale, e pure quello britannico; basti pensare che nelle prime 6 posizioni del campionato inglese, 4 squadre sono guidate da allenatori iberici. Una tragedia, per la patria del football, che dai tempi dell’Invincibile Armata non sentiva così presente la minaccia di un’invasione culturale e, in un certo senso, religiosa. Per la cronaca: alla fine l’Arsenal il campionato l’ha vinto, e il discepolo Arteta ha superato il maestro Guardiola; consumando così quella vendetta che il lamento del tifoso, implicitamente, invocava.

Pep Guardiola – Wikimedia Commons.

Gli Inglesi hanno una grande passione per la vendetta. L’età dell’oro della loro storia teatrale, a cavallo tra i secoli XVI e XVII, nel periodo elisabettiano e giacobita, prende il via dal fenomenale successo di pubblico della Revenge Tragedy. Un filone ben riconoscibile per il truculento esito che attende i personaggi travolti dalla sete di riscatto del protagonista, tutto impegnato nel riparare con la spada ai torti ingiustamente subiti; cosa che poi genera naturalmente una catena inesorabile di nuove vendette e nuovo sangue. Complotti e colpi di scena, omicidi e suicidi, e frequente ricorso alla follia, reale o simulata, come espediente per riflettere sulla vanità della vita… Atmosfere cupe, che lasciano trasparire un certo pessimismo, una sottile diffidenza nei confronti della società, del potere e della giustizia. Tant’è: dovete pensare che non erano tempi facili; e fare politica significava, il più delle volte, sporcarsi le mani di sangue. Primo esempio di questo antesignano del pulp è generalmente indicato quel capolavoro di Thomas Kyd intitolato appunto The Spanish Tragedy, andato in scena per la prima volta alla fine degli anni Ottanta del sedicesimo secolo, in sintomatico sincronismo con l’affondamento di quella famosa armata spagnola di cui sopra, nelle acque della Manica, datato 1588. La scelta di Kyd di ambientare il suo bagno di sangue nella cattolicissima Spagna, dipingendo la potenza rivale come un regno di perversione e decadenza morale, non sembra dunque casuale. 

Cosa succede laggiù, nella desolata e desolante meseta madrileña? Don Andrea, ardito cavaliere promesso a Bellimperia, cade valorosamente in battaglia contro i Portoghesi. Il suo spirito però non può riposare in pace, e il suo fantasma si ripresenta nel mondo accompagnato dalla Vendetta, per avere soddisfazione degli onori che gli andrebbero resi. La Vendetta gli mostra quel che accade dopo la sua morte: Bellimperia, perduto il suo promesso, accetta di essere protetta e amata dal buon amico di lui, Horatio. Ma questi viene presto eliminato da una congiura di palazzo ordita da Lorenzo, che per la sorella ha altre mire: per un’evidente convenienza di alleanze politiche, vorrebbe destinarla sposa all’erede al trono portoghese Balthazar, che però è proprio colui che ha ucciso Andrea in battaglia! Intanto, il cadavere di Horatio viene ritrovato con grande strazio dal padre Hieronimo, ministro di giustizia del re, che subito cerca rivalsa per l’assassinio del figlio. Visto che però a corte regna la corruzione e il caos, per Hieronimo non è facile realizzare i suoi obiettivi. Per cui, cosa fa? Fingendosi folle di dolore per apparire inoffensivo, trama in segreto un lucidissimo piano: organizza una rappresentazione teatrale durante il banchetto di nozze, in cui gli assassini del figlio saranno uccisi davanti a tutti. Chiude poi in bellezza con il suo suicidio, lasciando dietro di sé quella scia di morte che tanto entusiasmava i turbolenti animi dell’epoca. 

Ora: fantasmi e vendette, intrighi di palazzo, pazzia e teatro nel teatro… non vi ricorda forse la trama dell’Amleto, tutto questo? Eh sì, Thomas Kyd è stato un po’ il maestro di Shakespeare e della sua generazione. Ma che le due vicende tanto si somiglino non dovrebbe affatto sconvolgerci: all’epoca era frequente il riciclo di canovacci pre-esistenti, che venivano all’occasione riscritti e, auspicabilmente, migliorati. La tradizione è sempre un materiale con cui dialogare, per Shakespeare; che in effetti non si inventa mai quasi nulla di sana pianta, ma attinge copiosamente a fonti appartenenti al patrimonio teatrale, letterario e orale. La sua grande abilità sta nel riadattare rinnovando, attraverso un’accurata operazione drammaturgica di riscrittura che mescola abilmente lo stile poetico, comico e tragico, in linea con il gusto del pubblico e lo spirito dei tempi (sic!). Lo stesso discorso vale per Kyd; che forgia il personaggio della Vendetta sul modello di quelle figure tipiche delle moralità medievali, così diffuse in ambito britannico. Nel Morality Play la sacra rappresentazione dell’episodio biblico aveva già lasciato spazio alla messa in scena di conflitti inerenti alla vita mondana, con protagonisti esseri umani, che si trovano a fare i conti con vizi e virtù, incarnati ora da veri e propri personaggi. In questa lotta dell’individuo contro se stesso, possiamo intravedere una tappa fondamentale nel processo di laicizzazione del teatro, che si stacca progressivamente dalla sfera religiosa per entrare in quella dell’etica, aprendo così le porte a quella della politica. È il preludio alla nascita del genere drammatico; che, allontanandosi dai due generi classici della tragedia e della commedia, acquisterà nel Settecento piena autonomia per arrivare, nel secolo seguente, alla sua auge nel dramma borghese.

È proprio con il genere drammatico, che la drammaturgia smette di intendersi come una riscrittura della tradizione, e il concetto di “novità” entra prepotentemente nella storia del teatro. Contrariamente alla tragedia e alla commedia (che tendevano di norma a replicare schemi e contenuti) il dramma deve proporre situazioni che appaiano inedite, perché nell’affanno a rappresentare il reale quotidiano “così com’è”, tutto deve presentarsi davanti al pubblico come se stesse accadendo per la prima volta. Occorrono quindi storie originali: da qui, che il dramma borghese realizza in un certo senso quell’ideale dell’economia di mercato, che esige di produrre incessantemente novità su novità. Riletta da questo punto di vista, si caricherà di ulteriore significato la scelta di Brecht di lavorare (come l’amato Shakespeare) su storie pre-esistenti. Nella drammaturgia brechtiana, che è un dialogo costante con la tradizione teatrale, troviamo non solo un rifiuto delle convenzioni formali del dramma borghese, ma anche un’operazione di resistenza a tutta una pratica fondante del sistema capitalista, che è quella del consumo. Per Brecht, riformulare è più interessante che inventare, perché la citazione mette l’accento sul fatto che ciò che si presenta in scena esisteva già; e dunque svela come, dietro all’apparenza delle nuove sovrastrutture formali, si celino sempre strutture contenutistiche assodate. È questo, in fondo, il succo del discorso che Peachum snocciola a Filch all’inizio dell’Opera da tre soldi. E nel fatto stesso che il suo capolavoro sia dichiaratamente il rifacimento di un classico del teatro britannico – la Beggar’s Opera di John Gay (1728) – Brecht sembra volerci far intendere che la tradizione non va né osannata, né rinnegata, ma rinnovata; e questo rinnovamento è di stampo dialettico. Brecht naturalmente l’ha letto in Marx, che l’ha imparato da Hegel: le forme devono originarsi in dialogo con contenuti che chiedono di essere mantenuti e superati allo stesso tempo, cioè riformulati; tutto in virtù di un’esigenza espressiva interna all’opera; e non esterna – come può essere invece l’esigenza del mercato. 

A cent’anni di distanza, possiamo ben constatare come le esigenze del mercato abbiano invece vinto su quasi tutta la linea, e la tendenza del sistema teatrale contemporaneo sia ormai quella di perseguire la novità a ogni costo. Festival e stagioni devono sempre mostrare qualcosa di nuovo, senza pensare troppo se dietro quella novità formale ci sia davvero un discorso interessante. Ognuno si affanna a scoprire nuovi talenti che però, quando smettono di essere nuovi, smettono di essere anche talenti: è il potere del linguaggio e della sua retorica. Perché, quando è ridotta a mera questione formale, la novità non può che coincidere con la retorica; e in un’epoca in cui le forme si sono pericolosamente svuotate di contenuti, capite bene qual è il problema: basta che una forma nuova acquisti visibilità al momento giusto nel posto giusto, e si crea un mito; e, intorno al mito, un culto. In questi anni, mi è capitato spesso di leggere sui quotidiani sportivi di giovani talenti additati come il nuovo Messi, il nuovo Ronaldo, il nuovo Pirlo, solo perché avevano imbroccato una partita – o, se andava meglio, mezza stagione (una volta, qualche anno fa, quando aveva suscitato l’interesse del Barcelona, ho letto che Rabiot doveva essere “il nuovo Iniesta”, e mi è venuto da piangere). Talenti incensati, consumati impietosamente e subito sostituiti con altri; senza che si sia saputo fare qualcosa di quel talento, inserirlo in un pensiero di gioco, o in un progetto di crescita. Anche in questo, il nostro calcio è un po’ come il teatro: ha un rapporto schizofrenico con la tradizione. Il passato è continuamente citato solo nel suo aspetto formale, nelle figure dei grandi nomi riconoscibili al pubblico; come se bastasse associare l’allievo al nome del maestro per certificarne una certa qualità. O come se bastasse appellarsi alla storia passata, per pretendere che il presente segua la stessa scia – detto altrimenti: abbiamo vinto 4 mondiali, com’è possibile che proprio noi non ci qualifichiamo da 12 anni? Miserrima massima dell’ultimo decennio. Se alla FIGC avessero letto Hegel, si sarebbero accorti che non basta avere un passato dorato, per ottenere un presente di egual fattura. Ma, in fondo, un paese senza filosofia non merita una coppa del mondo.

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Mikel Arteta, ph Ronnie Macdonald – Wikimedia Commons.

Dal lato opposto, c’è chi non smette di invocare la discontinuità a ogni costo, il taglio netto, un superamento del passato attraverso l’uccisione dei padri; come se non ci si riuscisse a liberare dai maestri di ieri, se non attraverso un atto violento. Questo rapporto passivo-aggressivo di amore-odio per il passato è l’opposto del dialogo con la tradizione che Kyd e Shakespeare perpetravano e che Brecht invocava. In effetti, la dialettica è proprio ciò che si oppone al culto, che scava tra il devoto e l’oggetto di devozione una distanza profonda; colmabile solo con un profondo amore o un profondo odio – che sono poi le due facce dell’approccio al sacro. Forse maestri e maestre non sono né da amare, né da odiare; né da venerare, né da uccidere… sarebbe invece utile stabilire con loro un rapporto dialettico. Il problema è che la dialettica richiede impegno, tempo e sforzo: è scomoda, e non suscita, oggi, quasi nessun entusiasmo. È un’evidenza tanto nel nostro calcio come, sempre più spesso, nel nostro teatro: a chi interessa un pensiero, quando puoi comodamente avere un risultato…? Però puntare al risultato senza che ci sia dietro un progetto, può andarti bene una volta, forse due; ma alla terza rivela tutte le miserie di una forma priva di contenuti. Se volete farvi un’idea dei rischi in cui potremmo incorrere, pensate al Milan di Allegri, e ne avrete una buona immagine; potente quanto il capovolgimento allegorico (o allegroico) del nome del tecnico che a fine stagione lascerà Milanello per finire, tristemente, tristissimamente, al Napoli (ma perché?!).

Nel calcio, come in teatro, come in tutte le pratiche culturali, non si va lontano se non si è capaci di far entrare in dialogo tradizione e innovazione. Pep Guardiola non predica più il tiki-taka dei tempi del Barcelona, perché è ovvio che non ti capita più di una volta nella vita di avere a disposizione Messi, Xavi, Iniesta e Busquets. Al City Guardiola ha fatto evolvere il suo gioco, si è andato adattando al contesto e allo Zeitgeist, ed è questo chissà l’insegnamento più importante che ha lasciato ad Arteta: i tempi cambiano, noi dobbiamo cambiare – l’eco di Hegel risuona anche qui. A sua volta, rinnovando questi insegnamenti e facendoli suoi, Arteta ha finalmente portato l’Arsenal sul tetto della Premier, dove mancava da vent’anni; scrivendo uno splendido capitolo del presente che dialoga in modo fruttifero, ora sì, con il passato glorioso dei Gunners.

Per saperne di più
Esiste una bella edizione di La tragedia spagnola di Thomas Kyd pubblicata dall’elegante casa editrice SE; per approfondire il contesto, c’è invece il classico volumetto di Carocci Storia del teatro inglese. L’età di Shakespeare, a cura di Agostino Lombardo e Elisabetta Tarantino. Per chi si voglia gettare nelle fauci di Hegel, consiglierei di iniziare dal più accessibile saggio di Walter Biemel, che apre l’Introduzione alla «Estetica», edita da Guerini. Infine, per chi come me è stato benedetto dalla visione del miglior calcio della storia, inevitabili sono Pep Guardiola, il calcio come rivoluzione infinita, di Alfonso Fasano; e il poetico Andrés Iniesta, come una danza, di Gianni Montieri; entrambi editi da 66thand2nd.

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 Anita Romanello

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